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Ci sono momenti nei quali una società civile dovrebbe fermarsi e chiedersi dove sia finita l’umanità. Gli insulti rivolti sui social
alla figlia di Davide Faraone, una ragazza nello spettro dell’autismo, appartengono a quei momenti.
Quelle parole non possono essere archiviate come semplice “cattiveria da social”. Quando una persona viene derisa, umiliata o aggredita proprio per la propria disabilità, viene oltrepassato un confine che riguarda tutti noi.
Per questo è doveroso essere dalla parte di Davide Faraone e, soprattutto, dalla parte di sua figlia.
Dietro una persona con disabilità c’è una famiglia che affronta quotidianamente una quantità enorme di difficoltà. Ci sono visite, terapie, problemi organizzativi, preoccupazioni per il futuro, rinunce, stanchezza e una continua attenzione alle esigenze della persona più fragile. Ma soprattutto c’è un lavoro immane fatto di amore, pazienza, presenza e responsabilità.
Chi non vive direttamente questa realtà spesso non riesce neppure a immaginare quanto possa essere impegnativa la quotidianità di una famiglia che assiste una persona con disabilità.
E proprio per questo dovrebbe esserci ancora maggiore rispetto.
I cosiddetti “leoni da tastiera”, invece, sembrano trovare nella rete il luogo ideale per trasformare frustrazioni e aggressività in insulti. Si nascondono dietro uno schermo e pensano che un profilo social possa diventare uno scudo contro ogni responsabilità.
Non è così.
La rete non è una zona franca. Quando un commento offende pubblicamente la reputazione di una persona, possono entrare in gioco le norme penali sulla diffamazione; se vi sono minacce, persecuzioni o altre condotte specifiche, possono essere valutate ulteriori responsabilità. Saranno le autorità competenti, caso per caso, a stabilire se siano stati commessi reati.
Ed è giusto che chi supera il limite venga individuato e, quando ne ricorrono i presupposti, perseguito.
Una precisazione è però necessaria: non si può stabilire attraverso un commento sui social che gli autori degli insulti siano affetti da “gravissimi problemi psicologici” o che debbano essere ricoverati in strutture protette. Sarebbe una diagnosi senza alcuna base professionale e rischierebbe, inoltre, di alimentare un pericoloso pregiudizio nei confronti delle persone con problemi di salute mentale.
Il problema non è la presunta malattia di chi insulta.
Il problema è l’odio, l’inciviltà e la convinzione di poter umiliare impunemente una persona perché considerata più fragile.
La disabilità non è una colpa. Non è una vergogna. Non diminuisce il valore di una persona.
Una ragazza nello spettro dell’autismo merita esattamente ciò che merita ogni altro essere umano: dignità, rispetto, inclusione, opportunità e protezione.
E un padre che racconta pubblicamente un momento della vita insieme alla propria figlia non dovrebbe essere costretto a difendersi da chi utilizza la tastiera come un'arma.
La vicenda di Faraone dovrebbe diventare anche un'occasione per guardare con maggiore attenzione alle migliaia di famiglie che ogni giorno affrontano la disabilità lontano dai riflettori.
Famiglie che spesso sono lasciate sole. Famiglie che devono combattere per ottenere servizi, assistenza, sostegno scolastico e opportunità. Famiglie che conoscono la fatica quotidiana e che, nonostante tutto, continuano a costruire per i propri figli una vita il più possibile piena e dignitosa.
A loro va il rispetto di una comunità civile.
A Davide Faraone va la solidarietà per aver scelto di non tacere.
A sua figlia va qualcosa di ancora più semplice e importante: il diritto a essere guardata per quello che è, una persona, e non per la sua disabilità.
E ai leoni da tastiera va ricordato che dietro ogni fotografia, ogni nome e ogni profilo c’è una persona reale.
Le parole hanno un peso. Gli insulti possono avere conseguenze. E la disabilità non è un bersaglio.
Massimo Castagna
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Le continue limitazioni operative che hanno interessato Catania e Comiso riaccendono
il dibattito sulla necessità di un’infrastruttura aeroportuale nella Sicilia centrale.
Le continue chiusure e limitazioni degli aeroporti di Catania e Comiso, determinate dalla presenza di cenere vulcanica legata all’attività dell’Etna, hanno riportato al
centro del dibattito la necessità di dotare la Sicilia centrale di un’infrastruttura aeroportuale autonoma. A rilanciare la questione è il deputato Fabio Venezia, che ha riproposto l’idea di uno scalo in provincia di Enna.
Un’ipotesi che, in realtà, affonda le proprie radici in un progetto elaborato negli anni scorsi dall’Università Kore di Enna e presentato nuovamente nel 2019. L’area individuata era quella della Valle del Dittaino, più precisamente nel territorio di Centuripe, in prossimità di Catenanuova, con l’obiettivo di creare un nuovo polo aeroportuale collegato al sistema di Catania.
Il progetto presentato nel 2019 prevedeva un aeroporto intercontinentale, concepito sostanzialmente come un ampliamento verso l’interno del sistema aeroportuale catanese. La struttura avrebbe dovuto disporre di una pista di grandi dimensioni, indicata nelle diverse presentazioni tra i 4 e i 5 chilometri, con alcune dichiarazioni che arrivavano a ipotizzare una lunghezza di 5-6 chilometri.
Lo scalo avrebbe potuto accogliere grandi aeromobili cargo e jumbo jet, affiancando all’attività passeggeri una forte vocazione logistica e manutentiva. Il progetto comprendeva infatti un centro per la manutenzione degli aeromobili, strutture di rimessaggio, un’autofficina per gli aerei e infrastrutture di collegamento con Catania.
Le dimensioni economiche dell’operazione erano altrettanto rilevanti: l’investimento stimato si collocava tra 1 e 1,5 miliardi di euro, con finanziamento dichiarato interamente privato. Le ricadute occupazionali previste superavano i 2.000 posti di lavoro.
La presentazione del 2019, inoltre, non rappresentava la nascita di un progetto completamente nuovo. La proposta riprendeva infatti gli studi sviluppati negli anni
precedenti dalla Kore, che già dal 2008 aveva lavorato all’ipotesi di un aeroporto nella zona di Centuripe. Il progetto aveva conosciuto anche una prima fase di interesse internazionale con la holding cinese HNA, prima di arenarsi.
Oggi, le difficoltà provocate dalla cenere dell’Etna e la conseguente vulnerabilità del sistema aeroportuale della Sicilia orientale riportano quella vecchia ipotesi nel dibattito politico e strategico.
Un punto sostanziale a favore di un aeroporto nella Sicilia Centrale è determinata dalla "carta dei Venti".
L’area di Centuripe, a ridosso di Catenanuova, era stata già sottoposta dall’Enac a uno studio dei venti, e questo avrebbe permesso di risparmiare almeno cinque anni sui tempi di realizzazione.
Ma cosa diceva la carta dei venti?
La carta dei venti aveva dato un esito favorevole alla localizzazione dell’aeroporto. Le condizioni anemometriche dell’area erano considerate compatibili con l’attività aeroportuale e lo studio già effettuato dall’Enac rappresentava un vantaggio concreto perché avrebbe consentito di abbreviare sensibilmente la fase preliminare di progettazione e autorizzazione.
La questione non riguarda soltanto la possibilità di costruire un nuovo aeroporto, ma la capacità della Sicilia di dotarsi di una rete aeroportuale realmente integrata e meno esposta alle emergenze che possono paralizzare uno dei principali scali dell’Isola. In questo scenario, la posizione geografica della Valle del Dittaino, al centro della Sicilia e in prossimità dei principali assi viari e ferroviari, torna a essere uno degli elementi da valutare.
Massimo Castagna
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Sempre più giovani e famiglie scelgono di riunirsi a casa perché una spaghettata, un’insalata o una pizza d’asporto con una birra o una bottiglia di vino comprata al supermercato costano molto meno di una serata fuori. Ma dietro i prezzi alti ci sono anche attività schiacciate da costi, tasse e difficoltà a trovare personale. E allora resta una domanda: perché in molti Comuni della provincia i prezzi sono spesso molto più bassi?
C’è un momento, quasi impercettibile, nel quale una città comincia a cambiare. Non accade quando chiude un negozio o si spegne un’insegna. Accade prima,
quando le persone cominciano a rinunciare.
A Enna questo cambiamento si avverte nelle piccole cose. Famiglie più attente allo scontrino, pensionati che riducono le spese, giovani che prima di organizzare una serata fanno i conti. E soprattutto un’abitudine sempre più diffusa: ci si incontra a casa.
Una spaghettata tra amici, un’insalata, una pizza d’asporto, una birra o una bottiglia di vino comprata al supermercato. Si mangia, si parla, si sta insieme e si spende molto meno.
Non è soltanto una scelta di convenienza. È il segnale di una trasformazione delle abitudini. Quando una famiglia scopre che con il costo di una cena fuori può organizzare una serata a casa per più persone, comincia inevitabilmente a chiedersi se valga ancora la pena andare in pizzeria o al ristorante.
E qui il caro prezzi smette di essere soltanto una questione economica e diventa una questione sociale.
Quanto può permettersi una città di rinunciare alla propria socialità?
Perché una pizzeria, un bar o un ristorante non sono soltanto attività commerciali: sono luoghi d’incontro. Se sempre più persone restano a casa perché uscire costa troppo, qualcosa nella vita della città inevitabilmente si rompe.
Ma sarebbe ingiusto fermarsi alla prospettiva del consumatore.
Chi tiene aperta un’attività deve affrontare costi crescenti: energia, materie prime, affitti, trasporti, personale, contributi, tasse e adempimenti. A tutto questo si aggiunge la difficoltà, sempre più frequente, di trovare manodopera.
Il commerciante e il ristoratore, dunque, sono anch’essi dentro il problema. Aumentano i costi e aumentano i prezzi per evitare di lavorare in perdita. Ma se i prezzi aumentano, i clienti consumano meno. E se i consumi diminuiscono, l’attività soffre.
Un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.
E proprio per questo non servono accuse facili. Serve capire cosa sta accadendo.
La domanda che non può essere ignorata
Dopo giorni di discussione sul caro vita a Enna, una domanda diventa inevitabile:
Se i costi sono aumentati così tanto, come mai basta spostarsi in molti Comuni della provincia per trovare prezzi decisamente più bassi?
Non significa sostenere che gli esercenti ennesi applichino prezzi ingiustificati. Né ignorare tassazione, costo del lavoro, utenze, affitti e materie prime.
Significa chiedersi se esistano dinamiche specifiche del capoluogo che contribuiscono a rendere alcuni beni e servizi più costosi.
E, se esistono, bisogna avere il coraggio di studiarle.
La percezione dei cittadini è ormai troppo diffusa per essere liquidata come una semplice impressione. Lo raccontano consumatori, pensionati, famiglie e giovani. Ma lo raccontano anche gli esercenti, che denunciano difficoltà sempre maggiori nel mantenere in equilibrio le proprie attività.
Tutti sembrano avere una ragione. Ed è proprio questo a rendere il problema più complesso.
Il rischio di una città più povera
Il caro vita non si misura soltanto con il prezzo di una spesa o di una pizza. Si misura con ciò che una famiglia è costretta a lasciare fuori dal proprio bilancio.
Prima si rinuncia alla cena. Poi alla pizza del sabato, al cinema, a un aperitivo, a una gita. Alla fine non si rinuncia più soltanto al superfluo: si rinuncia a vivere la città.
Ed è questo l’aspetto che dovrebbe fare più paura.
Enna combatte già contro spopolamento, invecchiamento, riduzione dei servizi e partenza dei giovani. Se anche la vita sociale diventa troppo costosa, il rischio è alimentare ulteriormente questo processo.
Una città nella quale si esce meno è una città nella quale circola meno denaro. Se le attività fanno più fatica, possono chiudere negozi, locali e servizi. E quando i servizi diminuiscono, la città diventa meno attrattiva.
Il paradosso dell’università
La presenza universitaria rappresenta una delle poche grandi risorse economiche e demografiche della città. Porta studenti, consumi, affitti e movimento.
Ma la maggiore domanda può produrre anche effetti collaterali, soprattutto sul mercato degli affitti e su alcune attività commerciali. È quindi necessario trovare un equilibrio affinché una risorsa fondamentale per Enna non finisca per accentuare alcune difficoltà dei residenti.
La paura più grande
La paura, alla fine, non è che una pizza costi qualche euro in più.
La paura è che una famiglia cominci a considerare normale non potersela più permettere. Che un giovane consideri normale non uscire. Che una coppia preferisca sempre mangiare a casa perché una serata fuori è diventata troppo onerosa.
E allora la domanda sui prezzi diventa una domanda sul futuro.
Che città vogliamo tra dieci anni?
Per rispondere servono dati, confronti con gli altri Comuni, analisi dei prezzi, degli affitti, della tassazione, del costo del lavoro e dei costi sostenuti dalle imprese.
Serve un confronto tra consumatori, commercianti, associazioni, istituzioni e organizzazioni di categoria.
Perché oggi tutti rischiano di perdere qualcosa.
Il cittadino rischia di non potersi più permettere di uscire. L’esercente rischia di non riuscire più a tenere aperto. La città rischia di perdere entrambi.
E forse è questo il punto più inquietante.
Non stiamo parlando soltanto del prezzo di una pizza.
Stiamo parlando del prezzo che Enna rischia di pagare per continuare a essere una città viva.
Massimo Castagna
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Il Castello di Lombardia non è soltanto una fortezza. È la memoria di Enna, uno dei simboli più riconoscibili della città e uno dei più imponenti complessi fortificati della Sicilia. Le sue
origini affondano nell'antichità e il maniero fu trasformato e ampliato soprattutto in epoca normanna e sveva, diventando uno dei principali presidi militari dell'Isola.
Dopo secoli di funzione militare e carceraria, nel Novecento il Castello cambiò volto e divenne uno dei luoghi più suggestivi della cultura e dello spettacolo siciliano.
Nel 1938 il Cortile degli Armati venne trasformato in un grande teatro all'aperto. Il 24 luglio di quell'anno la stagione fu inaugurata con l'Aida di Giuseppe Verdi, con centinaia di artisti, orchestrali, coristi, ballerine e comparse.
Nacque così il celebre “Teatro più vicino alle stelle”, un palcoscenico circondato dalle antiche mura e con il cielo di Enna come naturale volta. Per decenni il Castello richiamò migliaia di siciliani per le stagioni liriche, le operette e la musica leggera.
Sul palcoscenico passarono opere come La Bohème, Tosca, Il Barbiere di Siviglia, La Gioconda e La Forza del Destino. Successivamente arrivarono anche grandi protagonisti della musica leggera e d'autore, tra cui Ray Charles, Franco Battiato, Lucio Dalla, Mango, Pooh, Antonello Venditti, Angelo Branduardi ed Eugenio Bennato.
Era un'altra Enna: nelle sere d'estate il piazzale degli Armati si riempiva di spettatori e la città diventava una delle capitali dello spettacolo siciliano. Quella straordinaria stagione si concluse nel 1992, lasciando soprattutto il ricordo di un'epoca irripetibile.
Oggi il contrasto con quel passato è evidente.
Le mura perimetrali mostrano i segni del tempo. In alcuni punti la vegetazione cresce tra le pietre e le radici delle erbacce si insinuano nella struttura muraria. Il Cortile degli Armati, un tempo cuore del “Teatro più vicino alle stelle”, appare lontano dall'immagine del grande palcoscenico che richiamava migliaia di persone.
Non è soltanto una questione estetica. Il recente distacco di una grossa pietra dalla cinta muraria, dopo il nubifragio che ha colpito Enna, ha riportato in primo piano il problema della sicurezza e della manutenzione.
Gli scavi archeologici hanno inoltre modificato in parte l'assetto del complesso e i percorsi di accesso, oggi organizzati dal lato della Porta della Catena. Ma la vera sfida resta quella di garantire una cura costante dell'intero monumento.
Perché una fortezza che ha attraversato secoli di storia non può essere affidata soltanto agli interventi sulle emergenze. Servirebbe un progetto complessivo di conservazione, manutenzione e valorizzazione, capace di restituire dignità alle mura, ai cortili e agli spazi archeologici.
E forse, entrando oggi nel Cortile degli Armati, è inevitabile pensare a ciò che era un tempo.
Dove oggi restano pietre, erbacce e silenzio, un tempo si accendevano le luci del palcoscenico, l'orchestra cominciava a suonare e migliaia di spettatori guardavano verso la scena sotto il cielo stellato.
Il “Teatro più vicino alle stelle” non esiste più. Restano le pietre e la memoria.
Ma proprio quella memoria dovrebbe ricordare a tutti che conservare il Castello di Lombardia significa conservare una parte della storia di Enna e della Sicilia.
Massimo Castagna




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Quanto costa oggi vivere a Enna? È questa la domanda per raccontare un fenomeno
che riguarda ormai migliaia di cittadini: l'aumento del costo della vita.
Una pizza e una bibita che possono arrivare a costare circa venti euro a persona, un posto letto per uno studente universitario sempre più difficile da trovare a prezzi accessibili, un
affitto per una famiglia che diventa una ricerca complessa, un capo di abbigliamento che per molti rappresenta una spesa da valutare con attenzione. Sono tanti i segnali che restituiscono l'immagine di una città dove vivere sembra essere diventato più oneroso rispetto al passato.
Ma perché Enna costa sempre di più? È soltanto l'effetto dell'aumento delle materie prime, dell'energia, dei carburanti e dei costi di gestione delle attività commerciali? Oppure esistono altri elementi economici e di mercato che contribuiscono a determinare gli attuali livelli di prezzo?
Non è una domanda semplice e non può trovare risposta attraverso impressioni o percezioni. Per questo nasce questo approfondimento giornalistico: un percorso fatto di testimonianze, confronti e dati pubblicamente disponibili per provare a comprendere cosa sta accadendo realmente e quali dinamiche si nascondono dietro il caro prezzi.
Negli ultimi anni imprese e famiglie hanno dovuto affrontare una lunga fase caratterizzata da aumenti generalizzati. Gli operatori economici hanno dovuto fare i conti con bollette più elevate, costi di approvvigionamento cresciuti e maggiori spese di gestione. Una situazione che ha inevitabilmente avuto conseguenze sui prezzi finali.
Ma il punto centrale resta un altro: quanto di questi aumenti è ancora legato ai maggiori costi sostenuti dalle aziende e quanto invece dipende da altri fattori legati al funzionamento del mercato locale?
Il settore della ristorazione è uno degli esempi più evidenti. Uscire per una pizza in famiglia, un tempo considerato un momento alla portata di molti, oggi può trasformarsi in una spesa significativa. Per una famiglia di quattro persone il conto può raggiungere cifre che incidono sul bilancio mensile e che rendono questo tipo di consumo sempre meno frequente.
Va detto, però, che il quadro non è uniforme. Esistono attività che hanno scelto di contenere gli aumenti e altre che presentano prezzi più elevati. Proprio questa differenza rende necessario capire quali siano le ragioni che determinano i diversi livelli di costo.
Il tema degli affitti rappresenta un altro nodo fondamentale. Enna, città universitaria, ha visto crescere la domanda di abitazioni e posti letto per gli studenti. Ma la presenza dell'ateneo può essere considerata l'unica spiegazione? E perché in altre realtà universitarie il rapporto tra domanda, offerta e prezzi sembra essere diverso?
A rendere ancora più complesso il quadro c'è il confronto con i comuni della provincia. A pochi chilometri dal capoluogo, spesso, cambiano radicalmente i costi: una pizza può costare meno, gli affitti risultano più accessibili e anche alcune spese quotidiane appaiono più contenute. Una differenza che apre interrogativi sulle caratteristiche economiche di Enna e sul suo particolare equilibrio tra domanda e offerta.
C'è poi il tema del lavoro. Gli imprenditori segnalano difficoltà nel trovare personale, soprattutto nei settori della ristorazione e dei servizi. Allo stesso tempo molti giovani raccontano esperienze lavorative caratterizzate da retribuzioni contenute e condizioni che non sempre sembrano adeguate. Un apparente paradosso che merita di essere analizzato.
Il caro prezzi, dunque, non riguarda soltanto il portafoglio dei cittadini. Riguarda la qualità della vita, la possibilità delle famiglie di sostenere le spese quotidiane, la capacità dei giovani di rimanere in città e la competitività stessa del territorio.
Anche l'Amministrazione comunale ha riconosciuto la necessità di intervenire, promuovendo iniziative rivolte agli operatori della ristorazione con l'obiettivo di favorire una maggiore accessibilità dei servizi e sostenere la socialità cittadina.
Da oggi prende avvio questo viaggio nel costo della vita a Enna. Un percorso che nelle prossime puntate darà voce a cittadini, studenti, associazioni dei consumatori, organizzazioni sindacali, operatori economici ed esperti, per mettere insieme esperienze diverse e provare a rispondere alla domanda di partenza: perché vivere a Enna costa sempre di più?
Perché dietro un prezzo non c'è soltanto un numero. C'è una scelta, una difficoltà, una rinuncia. E soprattutto c'è il futuro di una comunità. (Continua)
Massimo Castagna
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