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Le associazioni dei consumatori chiedono rimborsi e risarcimenti per aumenti tariffari senza adeguata comunicazione preventiva
Prosegue la class action promossa dalle principali associazioni dei consumatori – Adusbef, Assoutenti, Casa del Consumatore, Codici, Confconsumatori e iConsumatori – nei confronti di ENI Plenitude. L’azione collettiva mira a tutelare i clienti che avrebbero subito aumenti dell
e tariffe di luce e gas senza ricevere informazioni preventive chiare, complete e verificabili.
Numerose segnalazioni pervenute all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato evidenziano come molti utenti abbiano scoperto gli aumenti solo al momento della ricezione della bolletta, senza essere stati messi in condizione di esercitare consapevolmente il diritto di recesso. Sebbene l’Antitrust abbia chiuso il procedimento accettando gli impegni assunti dalla società, le associazioni ritengono tali misure insufficienti a garantire una tutela effettiva dei consumatori coinvolti.
Secondo le organizzazioni promotrici, gli impegni di ENI Plenitude non sanano le violazioni legate all’applicazione di modifiche unilaterali dei contratti in un periodo in cui tali pratiche erano vietate dalla normativa. Inoltre, non affrontano adeguatamente la limitazione del diritto di recesso né la gravità delle condotte contestate.
Rimane quindi aperta la questione della restituzione delle somme indebitamente addebitate e del risarcimento dei danni subiti dagli utenti. La class action punta a ottenere il rimborso integrale degli importi applicati illegittimamente, oltre al risarcimento per i disagi economici subiti dai consumatori.
I clienti ENI Plenitude che ritengono di aver subito aumenti ingiustificati nelle bollette di luce e gas possono presentare reclamo e richiedere informazioni sulle modalità di adesione all’azione collettiva rivolgendosi alle associazioni promotrici attraverso i rispettivi sportelli e canali ufficiali.
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La pensione di reversibilità è una misura previdenziale che garantisce un sostegno economico ai familiari superstiti di un pensionato deceduto. È destinata principalmente al coniuge
vedovo, ma può estendersi anche ai figli o ad altri familiari a carico.
Chi ne ha diritto?
- Il coniuge superstite (vedovo/a)
- I figli minorenni, studenti o inabili
- Altri familiari conviventi e a carico, in casi specific
Per accedere alla pensione, il defunto doveva percepire una pensione diretta (vecchiaia, anticipata o invalidità). La reversibilità non è automatica: va richiesta all’INPS con documentazione che attesti il matrimonio e lo stato di vedovanza.
Quanto spetta?
La quota della pensione di reversibilità varia in base ai beneficiari:
|Solo coniuge 60%
|Coniuge + figli 80%
Più figli o altri familiari Fino al 100%
Come fare domanda?
- Presentare richiesta online tramite il sito INPS
- Oppure rivolgersi a patronati o CAF per assistenza gratuita
- Documenti richiesti: certificato di morte, atto di matrimonio, eventuali certificazioni dei figli a carico
Tempi e verifiche
L’INPS impiega in media 60-90 giorni per elaborare la domanda. La pensione è soggetta a verifiche periodiche per confermare la permanenza dei requisiti. In caso di nuovo matrimonio, il diritto può decadere, salvo eccezioni.
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Uniti giuristi, medici e associazioni italiane e internazionali
Il 20 maggio 2025, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, si è tenuta una tavola rotonda promossa da Unione Italiana
Forense e Nessuno Tocchi Caino, con la partecipazione di AMSI, UMEM, AISC News, CO-MAI e Uniti per Unire. L’incontro ha segnato l’inizio di una collaborazione su temi cruciali come giustizia, diritti umani, riconciliazione e dialogo interculturale.
Il Prof. Foad Aodi, intervenuto in qualità di medico e giornalista, ha sottolineato l’importanza di una “diagnosi sincera” delle fratture sociali e politiche per avviare un processo autentico di riconciliazione, in Italia e a livello internazionale. Particolare attenzione è stata dedicata alla condizione carceraria italiana e alla necessità di una riforma umanitaria del sistema penitenziario.
Numerosi i relatori presenti, tra cui parlamentari, accademici, giornalisti e rappresentanti religiosi, che hanno concordato sulla necessità di superare le divisioni politiche e favorire il dialogo anche nei conflitti internazionali, come quello israelo-palestinese.
Durante l’evento sono stati presentati libri di testimonianza storica e riconosciuti crediti formativi. L’iniziativa si è conclusa con l’impegno congiunto a proseguire il lavoro attraverso nuovi incontri tematici, promuovendo una cultura della pace e del confronto costruttivo.
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Nel 2025, chi subisce l'occupazione abusiva della propria abitazione ha strumenti più rapidi e incisivi per agire. L'occupazione di
immobili è ora punita non solo con i reati tradizionali di violazione di domicilio e occupazione abusiva (artt. 614 e 633 c.p.), ma anche con il nuovo reato di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui (art. 634-bis c.p.), che prevede pene da 2 a 7 anni di reclusione.
Le vie legali per reagire sono tre:
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Penale: presentare querela e avviare un procedimento penale, anche se i tempi restano lunghi.
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Civile: chiedere al giudice, in via urgente, la reintegrazione nel possesso tramite l'art. 1168 c.c.
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Autotutela: è possibile intervenire autonomamente, senza incorrere in reato, solo in caso di immediata flagranza dello spoglio.
Una grande novità è l’introduzione dello sgombero immediato: grazie al nuovo art. 321-bis c.p.p., la polizia può liberare l'immobile già nella fase delle indagini preliminari, su convalida del Pubblico Ministero, senza attendere il processo.
Inoltre, chi libera spontaneamente l'immobile collaborando con le autorità può evitare la condanna, favorendo soluzioni rapide e senza ricorso alla forza.
Il nuovo quadro normativo, che prevede anche l'uso di intercettazioni nei casi più gravi, mira a proteggere efficacemente il diritto alla casa, accelerando tempi e procedure a tutela dei proprietari.
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La Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 12648/2024, è intervenuta nuovamente sui temi di “buona fede” ed “errore scusabile” in cui sia incorso
il contribuente “Il principio di collaborazione e buona fede permea la disciplina tributaria… richiedendo una declinatoria in concreto in relazione alla diversità delle fattispecie e delle situazioni”: questo il principio espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 12648/2024.
In particolare, la sentenza in commento trae le mosse dal ruolo straordinario e dalla pedissequa cartella di pagamento emessa da Agenzia delle Entrate ai sensi dell’art. 36 bis delle disp. accert. imp. redditi, ai fini del recupero di quanto dovuto dal contribuente a titolo di Irpef dovuta e non versata per l’anno 2011.
In particolare, secondo l’agente della riscossione, il contribuente – che aveva chiesto ed ottenuto la rateizzazione del debito – avrebbe corrisposto in ritardo la terza rata, avendo effettuato il pagamento solo in data 3 marzo 2014 anziché in data 28 febbraio 2014.Avverso tale cartella di pagamento ricorreva in primo grado il contribuente: la Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso, rilevando che il prospetto prodotto dal contribuente recava come indicazione per il pagamento la data del 3 marzo, anziché quella del 28 febbraio 2014. A fronte di tale allegazione documentale, l’Ufficio rimaneva silente, di fatto non adempiendo all’onere di provare la legittimità dell’iscrizione a ruolo della cartella.Pertanto, Agenzia delle Entrate proponeva appello avverso la sentenza di primo grado. Tuttavia, la Commissione Tributaria Regionale della Sicilia rigettava tale appello, ritenendo che (i) il pagamento della rata era comunque avvenuto prima della scadenza della rata successiva risultante dal prospetto rinvenuto nel sito online di Agenzia delle Entrate, (ii) il contribuente era in buona fede e, infine, (iii) si era in presenza di errore scusabile.
L'Agenzia, quindi, proponeva ricorso per cassazione, sostanzialmente affidando la propria difesa ad un unico motivo di gravame che possiamo così riassumere: è la legge che stabilisce come scadenza per il pagamento delle rate l’ultimo giorno di ciascun trimestre, ragion per cui l’errore del contribuente – affidatosi ad un prospetto errato – non sarebbe stato scusabile.
Come detto, però, la Corte di Cassazione ha (ri)affermato la correttezza della sentenza resa nel precedente grado di giudizio, confermando – quindi – la scusabilità dell’errore compiuto dal contribuente, di fatto paralizzando la pretesa dell’agente della riscossione. Come sottolineato dalla Suprema Corte, Agenzia delle Entrate, nel corso di causa, neppure avrebbe giustificato l’incongruenza documentale, “trincerandosi dietro il dato, ritenuto assorbente, che uno solo dei due prospetti fosse conforme a legge e senza tener conto del principio di legittimo affidamento”.
A questo punto, quindi, una domanda sorge spontanea: cosa si intende esattamente per errore scusabile del contribuente?
La risposta è da ricercare nell’art. 10 dello st. del contribuente che, in primis, sottolinea come i rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria debbano essere improntati al principio della collaborazione e della buona fede.
Per tale ragione, non possono essere irrogate sanzioni, né richiesti interessi di mora, nel caso in cui l'errore del contribuente sia stato causato dall'essersi conformato ad indicazioni contenute in atti dell'Amministrazione finanziaria e dalla stessa successivamente modificate.
Allo stesso modo, il contribuente sarà scusato quando il comportamento - che ha determinato la violazione - sia stato causato da fatti direttamente conseguenti a ritardi, omissioni o errori degli uffici fiscali.
Le sanzioni non possono essere comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull'ambito di applicazione della norma tributaria (in ogni caso, non determina obiettiva condizione di incertezza la pendenza di un giudizio in ordine alla legittimità della norma tributaria), o quando si traduce in una mera violazione formale senza alcun debito di imposta.
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