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La Fondazione Humanitas Sicilia ETS premia i giovani ricercatori siciliani under 40: al progetto più meritevole un contributo di 8 mila euro. Candidature aperte fino all’8 ottobre
La Fondazione Humanitas Sicilia ETS promuove la seconda edizione del Premio Studio per la Ricerca Oncologica, iniziativa dedicata ai ricercatori siciliani under 40 impegnati
nel settore biomedico.
Il premio nasce con l’obiettivo di sostenere e valorizzare studi di eccellenza nell’ambito della ricerca clinica e traslazionale ad alto potenziale, dando impulso al lavoro di giovani professionisti nati o residenti in Sicilia e impegnati nella ricerca sia sul territorio regionale sia nel resto d’Italia e all’estero.
Come già avvenuto nella prima edizione del 2025, al progetto ritenuto più meritevole sarà assegnato un contributo di 8.000 euro, destinato a sostenere lo sviluppo dell’attività di ricerca.
Particolare attenzione sarà dedicata alla qualità e all’originalità delle proposte. Tra i criteri di valutazione figurano infatti l’originalità e l’innovatività del progetto, la solidità scientifica, il rigore metodologico, la fattibilità dello studio e la capacità di utilizzare in modo efficace le risorse disponibili.
Un ulteriore elemento centrale sarà la possibilità di tradurre i risultati della ricerca in benefici concreti per i pazienti. La commissione valuterà quindi anche la trasferibilità clinica e l’impatto atteso, considerando il potenziale contributo dello studio alla pratica clinica, all’evoluzione dei percorsi di cura e al miglioramento della qualità di vita delle persone colpite da patologie oncologiche.
L’iniziativa punta così a rafforzare il legame tra giovani ricercatori, innovazione scientifica e cura, offrendo un sostegno concreto a progetti capaci di sviluppare nuove prospettive nella lotta contro il cancro.
Le candidature resteranno aperte fino all’8 ottobre 2026.
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Un gruppo di neuroni del locus coeruleus, nel tronco encefalico, può funzionare come un potente sistema naturale di controllo del dolore. Ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis hanno scoperto che i recettori μ-oppioidi presenti su queste cellule agiscono come veri e propri “freni” del dolore neuropatico.
Lo studio, pubblicato su Current Biology, è stato condotto sui topi e potrebbe aprire la strada a trattamenti più mirati contro il dolore cronico, riducendo la necessità di intervenire
sull'intero sistema nervoso.
Il dolore neuropatico nasce quando i nervi danneggiati continuano a inviare al cervello segnali anomali, provocando bruciore, fitte e un'eccessiva sensibilità al tatto o al calore. I ricercatori hanno osservato che, dopo una lesione nervosa, il locus coeruleus, noto anche come “punto blu”, diventa particolarmente attivo e contribuisce a mantenere il dolore.
La svolta è arrivata studiando i recettori μ-oppioidi, già conosciuti per la loro capacità di ridurre la percezione del dolore. Nei topi con dolore neuropatico, la loro eliminazione esclusivamente dalle cellule del locus coeruleus ha provocato una maggiore sensibilità agli stimoli dolorosi. Quando i recettori sono stati ripristinati, invece, l'ipersensibilità è diminuita.
Secondo gli scienziati, il dolore cronico potrebbe quindi alterare la capacità di questi recettori di tenere sotto controllo l'attività dei neuroni del locus coeruleus. L'obiettivo della ricerca è ora capire come intervenire in modo selettivo su questo circuito, evitando di coinvolgere i recettori μ-oppioidi presenti nel resto del cervello e del corpo.
Una strategia di questo tipo potrebbe consentire di ottenere sollievo dal dolore neuropatico con meno effetti collaterali, minore tolleranza e un rischio ridotto di dipendenza rispetto agli oppioidi tradizionali. Al momento, tuttavia, si tratta ancora di una ricerca preclinica condotta sui topi: serviranno ulteriori studi per verificare se lo stesso meccanismo possa essere sfruttato nell'uomo.
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- Categoria: Ricerca
La ricerca, condotta su quasi 200 pazienti siciliani, ha identificato numerose varianti
genetiche grazie a un innovativo pannello di sequenziamento di 61 geni, aprendo
nuove prospettive per la medicina di precisione.
Un importante contributo alla comprensione delle basi genetiche delle demenze arriva dall'IRCCS Oasi Maria SS. di Troina, che ha coordinato uno studio multicentrico pubblicato
sulla prestigiosa rivista scientifica Scientific Reports, del gruppo Nature Portfolio.
La ricerca ha coinvolto quasi 200 pazienti provenienti da tutta la Sicilia, affetti da diverse forme di demenza e da altre patologie neurodegenerative. Grazie all'impiego di un innovativo pannello di sequenziamento composto da 61 geni, i ricercatori hanno individuato numerose varianti genetiche potenzialmente coinvolte nei meccanismi alla base di queste malattie, ampliando le conoscenze scientifiche e ponendo le basi per futuri approcci di medicina personalizzata.
L'IRCCS Oasi Maria SS. di Troina, attraverso il proprio Laboratorio di Genetica Medica, ha coordinato il progetto coinvolgendo i Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico "G. Rodolico-San Marco", il Policlinico Paolo Giaccone, l'Ospedale Giglio e l'Università Kore di Enna. I pazienti sono stati reclutati tra il 2018 e il 2022 nell'ambito di specifici percorsi clinici dedicati alla diagnosi e al monitoraggio delle malattie neurodegenerative.
Il pannello genetico utilizzato nello studio è stato sviluppato dal professor Francesco Calì, direttore della UOC di Genetica Medica dell'IRCCS Oasi e docente dell'Università Kore di Enna. L'ampliamento del numero dei geni analizzati, passati da 16 a 61, ha consentito una valutazione molto più approfondita delle componenti genetiche associate alle demenze.
La caratterizzazione clinica dei pazienti seguiti presso la UOC di Neurologia dell'Istituto, diretta dalla dottoressa Mariangela Tripodi, è stata coordinata dal professor Giuseppe Lanza, docente dell'Università degli Studi di Catania e responsabile del Programma Complesso Infradipartimentale di Neurofisiopatologia del Brain Aging dell'IRCCS Oasi.
La pubblicazione porta anche la firma dei ricercatori Simone Treccarichi e Carla Papa, primi autori condivisi dello studio. A loro è stata affidata l'elaborazione bioinformatica dei dati e l'interpretazione delle varianti genetiche emerse dall'analisi, un riconoscimento che valorizza il contributo delle nuove generazioni di ricercatori e testimonia l'impegno dell'IRCCS Oasi nella formazione e nello sviluppo di competenze scientifiche di elevato livello.
I risultati consolidano il ruolo dell'IRCCS Oasi Maria SS. di Troina come centro di riferimento nazionale nella ricerca sulle malattie neurodegenerative e aprono nuove prospettive per comprendere i meccanismi molecolari delle demenze, favorendo lo sviluppo di strumenti diagnostici sempre più accurati e di percorsi terapeutici personalizzati.
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Una ricerca internazionale coordinata in Israele suggerisce che il principio attivo del Viagra potrebbe limitare la capacità delle cellule tumorali di formare metastasi, soprattutto se associato alle statine. Gli esperti invitano però alla prudenza: serviranno studi clinici dedicati per confermare il potenziale terapeutico.
Il sildenafil, principio attivo del Viagra, potrebbe trovare un nuovo impiego nella lotta contro il cancro. È quanto emerge da uno studio coordinato dal Weizmann Institute of Science di Tel Aviv e pubblicato sulla rivista scientifica Cancer Research, secondo cui il farmaco sarebbe in grado di ostacolare la formazione delle metastasi, impedendo alle cellule tumorali di utilizzare il colesterolo necessario alla loro diffusione nell'organismo.
La ricerca si basa sia su esperimenti di laboratorio sia sull'analisi delle cartelle cliniche di oltre 40.000 pazienti raccolte nell'arco di vent'anni. I risultati indicano che il sildenafil potrebbe agire come un vero e proprio "sabotatore biologico", interferendo con i meccanismi che consentono alle cellule maligne di abbandonare il tumore primario e colonizzare altri organi.
Il ruolo del colesterolo
Secondo i ricercatori, guidati da Ayelet Erez, il colesterolo rappresenta un elemento fondamentale per la costruzione delle membrane cellulari e per la mobilità delle cellule tumorali. Il sildenafil blocca l'enzima fosfodiesterasi di tipo 5 (PDE5), determinando un aumento della molecola cGMP che, a sua volta, interferisce con il trasporto del colesterolo all'interno delle cellule. Riducendo questa disponibilità, le cellule cancerose perdono parte della capacità di migrare e formare metastasi.
L'effetto combinato con le statine
Lo studio ha inoltre valutato l'associazione del sildenafil con le statine, i farmaci comunemente utilizzati per abbassare i livelli di colesterolo nel sangue. Dall'analisi è emerso un miglioramento delle condizioni osservate sia nei modelli sperimentali sia nei pazienti le cui cartelle cliniche sono state esaminate, suggerendo un possibile effetto sinergico tra le due classi di farmaci.
Gli esperti: "Una prospettiva interessante, ma servono conferme"
L'infettivologo Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell'ospedale San Martino di Genova, sottolinea come il riposizionamento di farmaci già esistenti rappresenti una strategia già adottata in altri ambiti della medicina.
Secondo Bassetti, il sildenafil sembra privare le cellule tumorali di quello che può essere definito il loro "carburante", ossia il colesterolo necessario per diffondersi nell'organismo. Tuttavia, evidenzia che si tratta di risultati ancora preliminari che richiedono ulteriori studi clinici prima di poter tradurre queste osservazioni nella pratica terapeutica.
Possibili applicazioni future
Gli autori dello studio ritengono che la scoperta possa aprire la strada a nuove ricerche e a possibili strategie terapeutiche innovative, anche in pazienti che assumono già sildenafil per altre indicazioni, come alcune patologie cardiovascolari.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda il fatto che questo potenziale utilizzo non sarebbe limitato agli uomini. Se confermato, il meccanismo d'azione del sildenafil contro la diffusione tumorale potrebbe trovare applicazione anche nelle donne, ampliando significativamente il numero dei potenziali beneficiari.
Gli stessi ricercatori precisano comunque che il sildenafil non rappresenta attualmente una terapia oncologica approvata e che nessun paziente dovrebbe assumerlo con finalità antitumorali al di fuori di studi clinici o senza indicazione del proprio oncologo.
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Una ricerca dell'Oregon Health & Science University evidenzia come dormire meno di sette ore per notte sia associato a una minore aspettativa di vita. Solo il fumo emerge come fattore di rischio più rilevante.
Mangiare in modo equilibrato e praticare regolarmente attività fisica restano pilastri fondamentali di uno stile di vita sano. Tuttavia, una nuova ricerca suggerisce che un
altro elemento, spesso trascurato, potrebbe avere un impatto ancora maggiore sulla longevità: il sonno.
Lo studio, condotto dai ricercatori dell'Oregon Health & Science University (OHSU), ha analizzato i dati provenienti da indagini nazionali statunitensi raccolti tra il 2019 e il 2025, mettendo in relazione le abitudini di sonno dichiarate dai partecipanti con la loro aspettativa di vita.
I ricercatori hanno definito "sonno insufficiente" una durata inferiore alle sette ore per notte. Anche dopo aver corretto i risultati per altri fattori che influenzano la salute, come sedentarietà, condizioni lavorative e livello di istruzione, l'associazione tra poco sonno e minore aspettativa di vita è rimasta significativa. Soltanto il fumo si è rivelato un indicatore di rischio ancora più forte.
«Non mi aspettavo che la mancanza di sonno fosse così strettamente collegata all'aspettativa di vita», ha dichiarato Andrew McHill, fisiologo del sonno dell'OHSU. «Abbiamo sempre ritenuto il sonno importante, ma questi risultati rafforzano ulteriormente il messaggio: gli adulti dovrebbero cercare di dormire tra le sette e le nove ore ogni notte».
Gli autori sottolineano che si tratta di uno studio osservazionale, che non consente di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Tuttavia, i dati confermano come il sonno rappresenti un importante indicatore dello stato di salute generale.
Dormire poco, infatti, può avere effetti immediati sull'organismo. Anche una sola notte di riposo insufficiente può compromettere le funzioni cognitive, alterare la risposta del sistema immunitario e influenzare i meccanismi cerebrali che regolano l'equilibrio emotivo. Nel lungo periodo, la carenza cronica di sonno è stata associata a un aumento del rischio di sviluppare patologie come obesità, diabete e altre malattie croniche che possono incidere negativamente sulla durata della vita.
La buona notizia è che migliorare la qualità del sonno è spesso possibile attraverso semplici accorgimenti quotidiani. Limitare l'uso di smartphone e dispositivi elettronici prima di coricarsi, ridurre il tempo trascorso sui social nelle ore serali e dedicarsi ad attività rilassanti come yoga, meditazione o tai chi possono favorire un riposo più profondo e regolare.
Alcuni studi suggeriscono inoltre che recuperare parte del sonno perso durante il fine settimana potrebbe attenuare, almeno in parte, gli effetti negativi della privazione di sonno accumulata nei giorni lavorativi, pur non sostituendo l'importanza di un riposo costante e regolare.
Fonte: Il Messaggero
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