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MALETTO – Una serata dedicata alla cultura, all’arte e alla collaborazione tra realtà siciliane si è conclusa domenica 30 agosto con il conferimento di un attestato di merito all’attore
e poeta agrigentino Giuseppe Iatì, presidente del “Circolo Culturale Giovanni Meli Montallegro APS”.
Il riconoscimento è stato consegnato dal sindaco di Maletto, architetto Giuseppe Capizzi, e dall’assessore all’Istruzione, professor Carmelo Melardi, al termine dello spettacolo “Colapesce”, curato dal maestro José Adornetto, con il Gruppo danza Elementos e la partecipazione della maestra Marietta Mora. La rappresentazione ha visto inoltre la voce narrante dell’attrice Rossella Caramma, la regia di Marcello Trovato e l’assistenza di Marcella Costa.
Nel corso della serata è stato dedicato uno spazio anche alla scrittrice malettese Maria Caserta, autrice del libro “Tino Barresi. Un uomo che dell’arte ha fatto la sua essenza di vita”, opera vincitrice della prima edizione del Premio Culturale Girasole.
A chiudere l’appuntamento è stata la premiazione di Iatì, accompagnata dalla lettura della motivazione riportata sull’attestato, che riconosce «l’entusiasmo, la serietà e la determinazione» con cui l’attore e poeta lavora alla costruzione, attraverso la cultura, di una rete regionale fondata sulla collaborazione e sulla valorizzazione delle eccellenze siciliane.
Iatì ha espresso apprezzamento per l’accoglienza ricevuta dalla comunità e dalle istituzioni di Maletto, sottolineando il valore della vicinanza delle amministrazioni locali ai giovani e ai progetti culturali.
L’iniziativa si inserisce nel percorso promosso dal Circolo “Giovanni Meli”, che punta a rafforzare i rapporti tra diverse realtà culturali dell’Isola. In questa prospettiva, l’estensione dell’attività nel territorio catanese rappresenta un ponte tra le province di Agrigento e Catania, con l’obiettivo di sviluppare nuove occasioni di collaborazione e una rete culturale sempre più ampia.
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Hanno sepolto una statua. E insieme alla statua hanno sepolto una storia.
A Cibali, però, la memoria è tornata a galla. È riemersa dalle macerie, dall'erba alta e dall'abbandono con una scultura di San
Benedetto, verosimilmente riconducibile alla bottega di Giulio Moschetti. Un'opera dimenticata per decenni che, con la sua stessa presenza, sembra ricordare alla città ciò che per troppo tempo non ha voluto o saputo ricordare: il Campo Profughi San Benedetto e le centinaia di persone che passarono da quel luogo dopo essere state costrette a lasciare l'Africa.
La statua è ancora lì, a Cibali. Ed è proprio da quel “è ancora lì” che questa storia deve ripartire.
Il 18 agosto la memoria è tornata in piazza
A riportare quella vicenda al centro dell'attenzione è stata anche la serata del 18 agosto, quando nello Spazio Culturale di via Cifali 111 l'associazione Casbah Cibali ha promosso “Raccontiamoci”, un incontro dedicato alla memoria del campo e alle persone che lo conobbero direttamente o attraverso i racconti delle proprie famiglie. L'iniziativa ha riunito testimonianze, studiosi, cittadini e discendenti dei profughi, trasformando una memoria privata in una riflessione pubblica.
Non una semplice commemorazione. Piuttosto, il tentativo di ricostruire una pagina di storia locale rimasta per troppo tempo ai margini.
Perché dietro il nome San Benedetto c'è una storia che comincia molto più lontano da Cibali.
Dall'Africa Orientale a Catania
Dopo la fine dell'esperienza coloniale italiana e il mutamento degli equilibri nell'Africa Orientale, migliaia di italiani e famiglie legate all'Italia furono costretti a lasciare territori nei quali avevano vissuto per anni o per generazioni.
Tra loro arrivarono anche uomini, donne e bambini provenienti dall'Eritrea, dall'Etiopia, dalla Somalia e dalla Libia.
Per molti di loro il ritorno in Italia non significò il ritorno a casa.
Significò ricominciare da zero.
Il Campo Profughi San Benedetto, nell'area compresa tra via Casagrandi e via Merlino, divenne così uno dei luoghi nei quali quella umanità venne raccolta. Le testimonianze ricordano camerate, brandine militari, materassi di crine, pasti nella mensa comune e una vita regolata da procedure che potevano far sentire le persone più come numeri che come cittadini.
Era una contraddizione difficile da spiegare.
Erano profughi italiani, o comunque persone la cui vicenda era direttamente legata alla storia italiana. Ma venivano spesso accolti con diffidenza, anche perché portavano con sé il peso ingombrante del colonialismo.
La democrazia e la sua parte più scomoda
Ed è qui che la storia di San Benedetto diventa qualcosa di più di una vicenda catanese.
La Repubblica italiana era nata proclamando libertà, uguaglianza e dignità della persona. Ma per molti di quei profughi la nuova Italia si presentò attraverso la burocrazia, i certificati, le graduatorie, i campi di accoglienza e una diffidenza che non sempre sembrava compatibile con quei principi.
Il certificato di profugo avrebbe dovuto rappresentare uno strumento di tutela. Nella realtà, per molti diventò anche il simbolo di una condizione di marginalità.
E c'è una domanda che ancora oggi rimane scomoda: quanto era davvero democratica una società che proclamava l'uguaglianza ma faticava a riconoscere pienamente la dignità di persone che arrivavano dalle proprie ex colonie?
La risposta non può essere soltanto istituzionale.
Perché mentre le istituzioni organizzavano, classificavano e distribuivano, a Cibali furono soprattutto le persone a fare la differenza.
I Cifaloti e quella solidarietà che veniva dal basso
Gli abitanti di via Cifali, i Cifaloti, seppero infatti trasformare la vicinanza geografica in vicinanza umana.
Non fu necessariamente una solidarietà fatta di grandi dichiarazioni. Fu quella molto più concreta di chi vive accanto a qualcuno e decide di non considerarlo un estraneo.
È forse questo l'aspetto più significativo della vicenda.
La regola benedettina secondo cui “tutti gli ospiti che giungono siano accolti come Cristo in persona” sembra aver trovato a Cibali una traduzione concreta, quotidiana.
E proprio qui emerge la contraddizione più forte.
A dare una lezione di accoglienza furono spesso persone comuni a una società che, sul piano istituzionale, si proclamava democratica ma che verso quei profughi mostrò non poche forme di indifferenza, sospetto e rimozione.
È una delle tante ipocrisie della storia: parlare di democrazia è facile; applicarla quando l'altro è povero, scomodo, diverso o porta con sé una storia che mette in discussione le nostre responsabilità è molto più difficile.
E poi ci sono i figli del colonialismo
La vicenda non riguarda soltanto i profughi.
Durante l'incontro del 18 agosto è tornata anche la questione dei figli nati dalle relazioni tra italiani e donne africane durante il periodo coloniale, una storia legata al cosiddetto madamato e alle leggi razziali del fascismo.
Sono uomini e donne che hanno pagato sulla propria pelle il prezzo del pregiudizio razziale e che, anche dopo la fine del regime, hanno dovuto fare i conti con conseguenze identitarie e giuridiche difficili da cancellare.
È una pagina ancora più dolorosa perché obbliga l'Italia a guardare non soltanto alle vittime delle guerre e degli esodi, ma anche alle responsabilità del proprio passato coloniale.
Ed è proprio questo il valore della memoria di San Benedetto: non consente di raccontare una storia comoda.
Una statua che non può più essere ignorata
Oggi il campo non c'è più. I suoi edifici sono scomparsi. Molti dei suoi protagonisti non ci sono più.
Rimangono le testimonianze.
Rimangono i ricordi dei figli.
Rimane il terreno.
E ora rimane anche quella statua di San Benedetto, ritrovata quasi come se la storia avesse deciso di restituire alla città ciò che la città aveva dimenticato.
Il suo ritrovamento, segnalato alla Soprintendenza, dovrebbe rappresentare l'inizio di un percorso di recupero e valorizzazione. Ma il recupero dell'opera non può bastare.
Bisogna recuperare anche ciò che l'opera rappresenta.
Per questo “Raccontiamoci” non dovrebbe essere considerato soltanto un appuntamento culturale. La serata del 18 agosto ha dimostrato che esiste ancora una domanda di memoria e che a Cibali ci sono persone disposte a raccogliere le testimonianze prima che sia troppo tardi.
San Benedetto è ancora lì
La storia del Campo Profughi San Benedetto racconta dunque due Catanie.
Una Catania capace di accogliere, rappresentata dai Cifaloti che aprirono le proprie porte e seppero vedere persone là dove altri vedevano soltanto profughi.
E una Catania — più ampia, istituzionale e nazionale — che troppo spesso si rifugiò nella burocrazia, nella diffidenza e nel silenzio.
È questa contraddizione che oggi la statua ci costringe a guardare.
San Benedetto è ancora lì.
A Cibali.
E forse è arrivato il momento che la città non si limiti a recuperare una statua, ma recuperi finalmente la storia che quella statua è tornata a raccontare.
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Venerdì 21 agosto, alla Biblioteca F. P. Abbate, un incontro dedicato
a Gaspare Vazzano e alla sua intensa attività artistica
Nell’ambito della manifestazione “Le Notti di BCsicilia”, venerdì 21 agosto 2026, alle ore 21, si terrà alla Biblioteca F. P.
Abbate di Cinisi, in Corso Umberto I 183, la conversazione dal titolo “Arte e controriforma in Sicilia: lo Zoppo di Gangi, il pittore degli angeli”.
Dopo i saluti di Rosolino Claudio Cardile, assessore comunale alla Cultura, di Francesco Biundo, presidente della sede BCsicilia di Cinisi, e di Alfonso Lo Cascio, presidente regionale di BCsicilia, interverrà Salvatore Farinella, architetto e storico. L’iniziativa è promossa da BCsicilia e dal Comune di Cinisi.
Al centro dell’incontro sarà la figura dello “Zoppo di Gangi”, tra i più importanti pittori della Controriforma siciliana tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento. Per secoli la sua identità è stata oggetto di un equivoco storiografico, definitivamente chiarito con la grande mostra dedicata all’artista organizzata a Gangi alla fine del Novecento.
Il vero Zoppo di Gangi era Gaspare Vazzano, esponente di rilievo del tardo manierismo siciliano. La sua vicenda artistica sarà ripercorsa dalla nascita a Gangi alla formazione presso un pittore locale, fino al trasferimento a Palermo e all’apprendistato nella bottega di Giuseppe Alvino, detto “il Sozzo”. Saranno inoltre approfonditi gli inizi della sua attività autonoma, la nascita della propria bottega e l’origine del celebre pseudonimo.
Durante la serata saranno analizzati i caratteri della pittura di Vazzano e alcune delle principali opere documentate o attribuitegli. Sono infatti oltre cento i dipinti realizzati dall’artista in diverse località della Sicilia nel corso di più di mezzo secolo di attività. Un approfondimento sarà dedicato anche al figlio Leonardo Vazzano, che proseguì l'attività paterna per un periodo più breve.
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Ci sono storie che meritano di essere raccontate perché, più di tante parole, riescono a restituire fiducia nel futuro. Storie di giovani che scelgono di non restare a
guardare, che trasformano una passione in un impegno concreto e che decidono di scommettere sulla cultura proprio lì dove spesso si parla soltanto di difficoltà e di opportunità che mancano.
A Montallegro, nell’Agrigentino, una di queste storie porta il nome di Giuseppe Iatì, appena ventunenne, attore e poeta, ma soprattutto giovane protagonista di un progetto culturale nato dal desiderio di dare alla propria comunità uno spazio in cui incontrarsi, pensare, creare e crescere.
Da questa visione è nato il Circolo Culturale “Giovanni Meli Montallegro APS”, una realtà che in poco tempo ha saputo trasformare l'entusiasmo di un giovane in una proposta concreta e partecipata. Non un semplice luogo di aggregazione, ma un laboratorio di idee, un ponte tra generazioni e un punto d'incontro tra il mondo dei giovani e quello degli intellettuali, degli artisti, degli accademici, degli attori, dei registi e delle realtà associative.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: aule riempite, scuole animate, incontri capaci di suscitare curiosità e attenzione. In un tempo in cui troppo spesso i giovani vengono descritti come disinteressati alla cultura, Giuseppe Iatì racconta una realtà diversa. Racconta ragazzi che hanno voglia di esserci, di ascoltare, di confrontarsi e, soprattutto, di sentirsi protagonisti.
Un percorso che ha trovato una significativa conferma nel Premio Culturale “Girasole” – I Edizione, svoltosi lo scorso 12 agosto presso l’Aula Multimediale “Ercole Agatino Longo”. Un appuntamento patrocinato dall’Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e dal Comune di Montallegro, che ha riunito personalità di rilievo e premiato accademici ed eccellenze della cultura.
Dietro quel premio, però, c’è molto più di una manifestazione. C’è un’idea precisa: la cultura può ancora emozionare, unire e cambiare le persone. Può diventare una strada attraverso cui un territorio riscopre se stesso e attraverso cui i giovani trovano la forza di esprimere ciò che hanno dentro.
«Il circolo non è soltanto una realtà nata nel mio paese, è prima di tutto un'idea e una visione», spiega il presidente Giuseppe Iatì. E nelle sue parole emerge tutta la passione di chi non vuole arrendersi agli stereotipi: «Spesso ci etichettano come una generazione spenta, ma non è vero: noi non siamo una generazione spenta, abbiamo bisogno solamente degli spazi giusti per accenderci! E il circolo fa proprio questo: fa in modo che ogni talento possa esprimersi».
È una frase che racchiude il senso più profondo di questo percorso. Perché forse il problema non è una generazione senza sogni, ma una generazione che troppo spesso non trova luoghi nei quali poterli coltivare.
Iatì, però, guarda alla propria esperienza senza contrapporre i giovani agli adulti. Al contrario, riconosce il valore di chi lo ha preceduto e di chi ha scelto di credere nelle sue capacità.
«Non sarei quel che sono se non fosse stato per tutte quelle persone delle generazioni precedenti che credono in me, per quei presidenti dell'agrigentino che mi supportano», sottolinea. Ed è proprio da questo incontro che nasce la sua idea di cultura: «Il nostro obiettivo è creare confronto, unire la freschezza dei giovani all'esperienza dei maestri».
È forse questa la vera forza del Circolo “Giovanni Meli”: non costruire muri tra generazioni, ma ponti. Non chiedere alla gioventù di imitare il passato, né al passato di rinunciare alla propria esperienza, ma mettere insieme energie diverse per costruire qualcosa di nuovo.
La storia di Giuseppe Iatì è così anche la storia di un Sud che non si arrende. Un Sud fatto di piccoli centri, di giovani talenti, di persone che scelgono di investire nel proprio territorio invece di considerarlo soltanto un luogo dal quale partire. È il volto di una Sicilia che prova a reagire attraverso le idee, la cultura, l'arte e la partecipazione.
E c'è qualcosa di profondamente bello nel vedere un ragazzo di appena 21 anni assumersi la responsabilità di accendere una luce nella propria comunità. Perché ogni iniziativa culturale, ogni incontro, ogni aula piena, ogni giovane che scopre una passione rappresenta un piccolo passo contro l'indifferenza.
Il Circolo “Giovanni Meli” cresce, si apre, coinvolge e guarda lontano. E mentre il suo percorso continua, porta con sé un messaggio semplice ma potente: la cultura non è un privilegio per pochi, ma una possibilità per tutti.
A volte basta uno spazio. Basta qualcuno disposto a crederci. Basta una passione abbastanza forte da diventare contagiosa.
A Montallegro quella passione ha trovato un giovane di 21 anni pronto a trasformarla in un progetto. E forse è proprio da storie come questa che nasce la speranza più autentica: quella di una generazione che non vuole essere spettatrice del proprio tempo, ma protagonista del futuro.
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Il riconoscimento sarà consegnato il 12 agosto a Montallegro nell'ambito della prima
edizione del premio dedicato alle eccellenze siciliane della cultura, della scienza e delle arti.
C'è anche la docente e scrittrice Stefania Avola tra i vincitori della prima edizione del Premio Culturale "Girasole", riconoscimento istituito per valorizzare le eccellenze siciliane che si
distinguono nei diversi ambiti della cultura, della scienza e delle arti.
La giuria ha premiato Avola per il volume "Sicilia d'inverno inedita e sentimentale. Sette mete vacanziere fuori stagione per viaggi dell'anima", pubblicato da Algra Editore. Laureata in Filosofia e docente di Lettere a Piazza Armerina, Stefania Avola è autrice di romanzi e racconti pubblicati anche da Giulio Perrone Editore. Nel 2024 è stata inoltre selezionata dalla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana nell'ambito del progetto "Donna Sicilia, Goliarda e le altre", dedicato alle autrici che hanno arricchito il panorama letterario dell'isola.
La motivazione del premio, espressa dalla commissione composta dal presidente del Circolo Giuseppe Iatì, dal critico letterario Gaspare Agnello, da Filippo Vitello, presidente della Pro Loco di Grotte, e dall'avvocato Diego Guadagnino, sottolinea la capacità dell'autrice di raccontare una Sicilia autentica e poco conosciuta, attraverso uno sguardo originale che conduce il lettore alla scoperta di luoghi, emozioni e prospettive inedite.
Il Premio Culturale "Girasole" nasce con l'obiettivo di accendere i riflettori sui talenti siciliani che, con il proprio lavoro, contribuiscono a promuovere il patrimonio culturale dell'isola. Particolare attenzione è riservata anche alle nuove generazioni, attraverso una sezione dedicata alle giovani promesse.
Tra gli altri premiati figurano l'infettivologo catanese Fabrizio Pulvirenti per il volume "SSN 4.0 - Proposte per la rifondazione del Servizio Sanitario Nazionale", Maria Caserta per "Tino Barresi. Un uomo che dell'arte ha fatto la sua essenza di vita", Pasquale Seddio per "I sacri monti del Piemonte e della Lombardia", Francesco Pira per il saggio "La buona EduComunicazione", Liddo Schiavo per "L'Aranceto - Storia di un esodo inverso", Gaetano Allotta per il suo impegno nella valorizzazione culturale e sociale del territorio agrigentino e il poeta Mimmo Galletto per il contributo alla poesia in lingua siciliana.
Per la sezione cinema saranno premiati i registi Gaetano Di Lorenzo, autore del docufilm "Fuorisede - Storie di vita e di studi", e Stefano Vinciguerra con il film "Tradimento e potere". Riconoscimenti anche ai soprani Sara Chianetta e Fiammetta Bellanca per il settore della lirica.
Nella sezione "Giovani Promesse" riceveranno il premio Stella Cinquemani, dieci anni, per la ginnastica artistica, il tenore quattordicenne Davide Guarraggi ed Elisa Tararà, diciassettenne di Canicattì, premiata per la poesia.
La cerimonia di consegna dei riconoscimenti, organizzata dal Circolo Culturale "Giovanni Meli Montallegro APS" con il patrocinio dell'Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana e del Comune di Montallegro, si svolgerà mercoledì 12 agosto 2026 alle ore 20 nell'Aula Multimediale "Ercole Agatino Longo" di Montallegro.
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- Torino - Il noto pittore Giuseppe Alletto ha aperto la sua nuova casa-studio
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- Monreale - nasce la Sezione di BCsicilia
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Venerdì, 14 Agosto 2026 13:39A soli 21 anni ha fondato il Circolo Culturale “Giovanni Meli Montallegro APS”, trasformando l’amore per l’arte, la poesia e il teatro in un progetto capace di coinvolgere giovani, scuole e...


