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- Categoria: Archeologia
Esperti a confronto sulle ricerche alla Villa del Casale:
focus su abbigliamento, musica e danza nei mosaici
Un nuovo appuntamento dedicato alla valorizzazione del patrimonio archeologico di Piazza Armerina vedrà protagonisti studiosi e
istituzioni impegnati nelle ricerche sulla Villa Romana del Casale. L’iniziativa è promossa dal Gruppo Archeologico “Litterio Villari” e dall’Università Popolare “Ignazio Nigrelli”, nell’ambito di una collaborazione finalizzata alla promozione culturale del territorio.
L’incontro approfondirà alcune tematiche emerse dagli scavi e dagli studi condotti dall’Università Alma Mater di Bologna e dal CNR – Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale. In particolare, la professoressa Isabella Baldini analizzerà la rappresentazione delle calzature nei mosaici tardoantichi, mentre la professoressa Carla Sfameni illustrerà la presenza di musica e danza nelle decorazioni musive della villa e di altre residenze coeve.
Previsto anche il contributo di Carmelo Nicotra, direttore del Parco Archeologico di Morgantina e della Villa del Casale, che offrirà un quadro istituzionale sulle attività di tutela e ricerca.
La conferenza è in programma per l’8 aprile 2026 alle ore 17.00 presso il Convento di San Pietro, nel salone Don Enzo Cipriano.
Filippo Giunta
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- Categoria: Archeologia
Il “Antonino Di Vita” racconta la storia millenaria dell’entroterra ibleo tra ricerca, didattica e nuove scoperte
Il Museo Civico “Antonino Di Vita” di Licodia Eubea si conferma punto di riferimento per la conoscenza dell’archeologia dell’entroterra siciliano e per la valorizzazione della storia più
antica del territorio. Intitolato all’archeologo Antonino Di Vita, il museo raccoglie reperti provenienti da scavi e ricognizioni locali, documentando una presenza umana continua dal Neolitico all’età classica.
La struttura fa parte della Rete dei Musei Comunali della Sicilia, iniziativa promossa da ANCI Sicilia a cui aderiscono 101 comuni e 234 musei. L’allestimento, organizzato in chiave cronologica e tematica, permette di seguire l’evoluzione degli insediamenti antichi, con particolare attenzione alla fase dell’abitato siculo e al successivo processo di ellenizzazione.
Tra i materiali esposti emergono ceramiche preistoriche, reperti arcaici e classici, vasellame locale e importazioni greche che testimoniano i rapporti commerciali del territorio nel Mediterraneo. Centrale è la cosiddetta “facies di Licodia Eubea”, espressione originale della produzione ceramica locale, frutto della fusione tra elementi indigeni e greci. Molti reperti provengono anche dalle ricerche avviate tra XIX e XX secolo, tra cui quelle dello studioso Paolo Orsi, oltre che da campagne più recenti realizzate con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania.
Il museo svolge inoltre un ruolo attivo nella divulgazione culturale, ospitando attività didattiche, incontri e iniziative dedicate alla promozione della storia locale. Di recente è stata inaugurata una nuova vetrina dedicata a reperti di epoca islamica, frutto delle ricerche condotte da studenti e dottorandi impegnati negli scavi delle grotte del territorio.
Il sindaco Santo Randone ha sottolineato l’importanza del progetto: “Desidero ringraziare ANCI Sicilia per la costituzione della Rete dei Musei, uno strumento di grande valore che consente una mappatura capillare dei presìdi culturali e degli attrattori turistico-archeologici della nostra Isola”.
Il primo cittadino ha aggiunto: “Il Museo Civico ‘Antonino Di Vita’ rappresenta per Licodia Eubea non solo uno spazio espositivo, ma un luogo vivo e attivo di ricerca, formazione e partecipazione. Invitiamo cittadini e visitatori a scoprire il nostro territorio, dove patrimonio archeologico, paesaggio e tradizioni dialogano in modo autentico”.
Il museo si inserisce così in un più ampio percorso di tutela e promozione del patrimonio storico e paesaggistico locale, contribuendo a rafforzare l’identità culturale e l’attrattività turistica del territorio ibleo.
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- Categoria: Archeologia
Rita Vassallo racconta l’evoluzione della devozione tra mondo greco
e dominio romano in un incontro pubblico di approfondimento
Piazza Armerina (EN) - Si terrà venerdì 13 febbraio, alle ore 17,30 presso il Convento di San Pietro in via Gen. Ciancio, un incontro
dedicato allo studio del culto di Demetra in Sicilia, con un focus su una fase storica rimasta a lungo in secondo piano nella ricerca archeologica: il passaggio dall’età ellenistica alle prime fasi del dominio romano.
A presentare l’appuntamento sarà l’archeologa Rossella Nicoletti (nella foto), che introdurrà l’intervento della collega Rita Vassallo. Al centro dell’incontro, la ricostruzione delle trasformazioni e delle permanenze del culto demetriaco attraverso un’analisi integrata delle fonti storiche — da Diodoro alla In Verrem di Cicerone — e delle testimonianze epigrafiche, numismatiche e materiali. Un percorso che consente di osservare come l’introduzione della figura di Cerere nell’isola abbia inciso sulle pratiche religiose, riflettendo i mutamenti politici e culturali del periodo.
L’attenzione si concentra anche sull’impatto dei grandi cambiamenti storici, dalla nascita della provincia romana di Sicilia fino alla progressiva affermazione del Cristianesimo, e sulle conseguenze che questi processi ebbero sulle forme della devozione. Da Enna, centro simbolico del culto di Demetra, fino all’entroterra e alle città costiere sede dei principali santuari thesmophorici, emerge il profilo di una tradizione capace di rinnovarsi senza interrompersi, mantenendo una significativa continuità almeno fino tra il II e il III secolo d.C. L’appuntamento si propone così come un momento di sintesi e di rilancio della ricerca, utile a fare il punto su quanto è stato acquisito dagli studi e su ciò che resta ancora da esplorare nella lunga e complessa storia di Demetra/Cerere in Sicilia.
Filippo Giunta
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Le piogge riportano alla luce una galleria seicentesca: SiciliAntica chiede massima tutela del sottosuolo storico
Nel centro storico di Leonforte, all’interno del quartiere della Granfonte, le recenti e intense precipitazioni hanno portato alla luce un’importan
te testimonianza del passato urbano. A seguito di smottamenti del terreno, è emerso a circa due metri e mezzo di profondità un manufatto idraulico di rilevante interesse archeologico, situato a breve distanza dalla Fontana delle Ninfe.
L’Associazione SiciliAntica, sezione comprensoriale di Assoro-Leonforte-Nissoria, è intervenuta tempestivamente per effettuare i primi rilievi e le analisi preliminari. Le osservazioni condotte indicano la presenza di una galleria-canale scavata direttamente nella roccia calcarenitica, con una volta accuratamente rivestita in malta, probabilmente per proteggere la purezza delle acque e garantire la stabilità della struttura.
Il condotto, che si sviluppa sotto diverse abitazioni private, confluisce nel complesso sistema sotterraneo collegato alla sorgente di San Cristoforo, fulcro dell’approvvigionamento idrico storico della città. L’opera è attribuibile con buona probabilità al XVII secolo, periodo della fondazione di Leonforte, anche se non si esclude una fase costruttiva più antica.
Come evidenziato dall’archeologo Alfredo Crimì di SiciliAntica, il ritrovamento consente di ricostruire con maggiore precisione l’ingegnoso sistema idraulico che per secoli ha alimentato le fontane monumentali del Giardino delle Ninfe e della Sicula Tempe. Questo articolato reticolo di cunicoli ha garantito l’acqua alla città fino al 1926, anno di inaugurazione del primo acquedotto moderno progettato dall’ingegnere Arena.
La scoperta richiama l’attenzione sulla delicatezza del tessuto urbanistico ai piedi dell’antico Palazzo Branciforti, caratterizzato da una complessa stratificazione storica. Gli esperti sottolineano l’urgenza di adottare criteri di intervento improntati alla massima cautela, privilegiando il restauro conservativo e un attento monitoraggio del sottosuolo per evitare rischi strutturali o danni irreversibili al patrimonio nascosto.
SiciliAntica ha infine espresso gratitudine ai propri soci per la pronta documentazione del rinvenimento e all’Amministrazione comunale che, sotto la guida del Sindaco, è intervenuta rapidamente per la messa in sicurezza dell’area, tutelando l’incolumità dei cittadini e la stabilità degli edifici circostanti.
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- Categoria: Archeologia
La teoria di Matthew LaCroix e l’ipotesi di un’antica cultura globale capace di decifrare l’universo
Secondo una teoria archeologica non convenzionale, una civiltà estremamente avanzata avrebbe abitato la Terra circa 40 mila anni fa, molto prima di quanto riconosciuto dalla
storiografia ufficiale. Non si tratta della prima ipotesi che tenta di retrodatare drasticamente le origini della civiltà umana, ma ancora una volta la comunità scientifica internazionale si mostra scettica, giudicando insufficienti le prove a sostegno di una simile rivoluzione cronologica.
A rilanciare questa visione è Matthew LaCroix, ricercatore inglese indipendente, che sostiene di aver individuato tracce concrete dell’esistenza di una cultura globale scomparsa. Secondo LaCroix, questa civiltà avrebbe sviluppato un sistema di comunicazione fondato su simboli geometrici, monumenti colossali e strutture architettoniche simili in luoghi molto distanti tra loro, con l’obiettivo di tramandare conoscenze cosmiche e la memoria di eventi catastrofici.
Il punto di partenza delle sue ricerche è l’osservazione di enormi installazioni a forma di T e piramidi rinvenute in regioni lontanissime: Turchia orientale, Egitto, Sud America e Cambogia. La somiglianza tra questi manufatti, secondo LaCroix, non può essere casuale. Le stesse tecniche di lavorazione e gli stessi simboli ricorrerebbero in siti come Giza, Tiwanaku e alcune aree dell’Anatolia, suggerendo l’esistenza di un’unica matrice culturale comune.
Da qui nasce la sua proposta più radicale: datare questi monumenti non a poche migliaia, ma a circa 38 mila anni fa, includendo persino la Sfinge e le piramidi egizie. Al centro della teoria c’è il concetto di “cosmogramma”, un modello simbolico che rappresenterebbe la struttura dell’universo. Le piramidi, le T monumentali e le piramidi rovesciate sarebbero elementi di un linguaggio visivo attraverso cui gli antichi insegnavano la relazione tra mondo terreno, sottosuolo e dimensione celeste.
In questa visione, la T simboleggerebbe l’axis mundi, l’asse del mondo: una porta centrale capace di mettere in equilibrio il regno materiale e quello spirituale. La “porta sinistra” condurrebbe al mondo reale e metafisico, mentre la “porta destra” permetterebbe l’accesso alla sfera celeste. Un codice, secondo LaCroix, lasciato intenzionalmente in eredità alle civiltà future.
Il messaggio finale della teoria è tanto archeologico quanto filosofico: l’umanità sarebbe parte integrante di un ordine cosmico più vasto, connessa all’universo e chiamata a vivere in armonia con esso. Un sapere antico che, sempre secondo LaCroix, oggi viene ignorato, mentre la società moderna si muove in una direzione opposta, perdendo il legame con la Terra e con il significato profondo della propria esistenza.
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