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Con 1.700 euro netti al mese, a Milano un bilocale di 50 metri quadrati ne assorbe circa due terzi. Ma il problema non è più solo delle metropoli: anche in Sicilia gli affitti hanno toccato il massimo dal 2012.
In sei anni il canone medio italiano è salito del 33,2%, da 11,2 a 14,9 euro al metro quadrato, mentre dal 1990 il salario reale è calato del 2% (in Germania e Francia è cresciuto
del 35%) e il risparmio delle famiglie è al minimo dal 2012. Comprare è ancora più difficile: servono circa 396mila euro a Milano e 271mila a Roma per 70 metri quadrati, e l'accesso alla proprietà dipende sempre più dal patrimonio di famiglia.
La Sicilia ha prezzi più bassi, ma la stessa tendenza. Secondo Idealista l'affitto medio è di 8,8 euro al metro quadrato (+5,5% in un anno), con Palermo a 9,6, Siracusa a 9,5, Messina a 9,2 e Catania a 9; all'estremo opposto Caltanissetta (5,7) ed Enna (5,9). Un appartamento di 50 metri quadrati a Palermo o Catania costa circa 485 euro, il 29% di uno stipendio da 1.700 euro. Ma i redditi sono più bassi: per Immobiliare.it Insights, un single con un solo stipendio può permettersi appena il 14,6% degli affitti a Palermo e il 10,8% a Catania, quota che con due stipendi sale a oltre il 76%. E le previsioni indicano per fine anno Palermo a 10 euro al metro quadrato.
Il governo ha risposto con il Piano Casa, approvato il 30 aprile e passato alla Camera il 23 giugno: 10 miliardi per 100mila alloggi in dieci anni, tra recupero dell'edilizia popolare, un fondo di housing sociale gestito da Invimit e il coinvolgimento dei privati per alloggi a prezzi calmierati. Completano il quadro il rent to buy, il dimezzamento degli oneri notarili, un sostegno ai genitori separati e una procedura più rapida per gli sgomberi.
Restano però nodi aperti. I fondi per l'affitto e per la morosità incolpevole, azzerati nel 2023, non sono stati ripristinati; l'obiettivo dei 100mila alloggi dipende da tempi e
capitali privati; le Regioni hanno chiesto un confronto più ampio; la stretta sugli affitti brevi è parziale e discussa anche nella maggioranza; e l'accelerazione degli sfratti non è accompagnata da misure di prevenzione.
L'opposizione parla di annunci senza sostanza. Il Pd, con Elly Schlein, chiede di rifinanziare i fondi per gli inquilini, riformare la tassazione degli affitti brevi e censire le case sfitte con incentivi e penalizzazioni. Pd, M5S e Avs hanno depositato un testo comune per un piano alternativo, mentre Avs propone che i Comuni, con una garanzia dello Stato, mediino tra proprietari e inquilini in cambio di canoni calmierati. Italia Viva punta sulla sfida politica ("portate il piano in aula"), e il sindacato USB spinge per un tetto al peso dell'affitto sul reddito.
Il confronto si riassume in una domanda: chi sostiene il costo della casa? Il governo punta ad aumentare l'offerta, l'opposizione chiede di intervenire anche su domanda e mercato. Le due strade non si escludono: un piano decennale non aiuta chi rischia lo sfratto domani, e un sussidio senza nuove case rischia di far salire i canoni. Per una regione dove i prezzi sono bassi ma i redditi lo sono di più, il vero banco di prova saranno cantieri e risorse certe.
Gaetano Mellia
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Travagin valuta la cessione: si apre un nuovo scenario societario
Un punto in classifica, zero gol segnati e gare interne disputate a Niscemi. Travagin valuta l’ipotesi di una cessione, mentre si apre il confronto con l’amministrazione comunale e con la PLM Management.La crisi dell’Enna Calcio entra in una fase particolarmente delicata, con la società alle prese non soltanto con una situazione sportiva difficile, ma anche con un confronto aperto sul futuro del club e sui rapporti con l’amministrazione comunale.
Il nodo principale resta quello dello stadio Gaeta, ancora indisponibile. L’Enna è così costretto a disputare le proprie gare interne in campo neutro a Niscemi, una condizione che incide pesantemente sulla gestione della stagione. Senza il proprio impianto vengono meno una parte importante degli incassi, gli abbonamenti, il sostegno del pubblico e la possibilità di costruire una normale programmazione commerciale con gli sponsor.
A questo si aggiunge una situazione sportiva complicata. L’Enna è fermo a un solo punto in classifica, con zero gol realizzati e una delle peggiori situazioni difensive del campionato. Numeri che rendono ancora più difficile il percorso di una squadra chiamata a inseguire la salvezza in Serie D.Sul piano societario il presidente Giancarlo Travagin ha manifestato la disponibilità a farsi da parte e ad aprire la strada a una nuova compagine, a condizione che vengano riconosciute le somme sostenute fino a questo momento.
L’ipotesi di un passaggio di proprietà non sarebbe quindi soltanto una possibilità teorica, ma una soluzione che potrebbe essere presa in considerazione qualora emergessero nuovi investitori.
In questo scenario si inserisce il confronto avuto nei giorni scorsi tra l’amministrazione comunale, Pietro Lo Monaco e Domenico Panico, consulente della PLM Management. L’incontro non sarebbe nato da una proposta formale della PLM per rilevare l’Enna, ma dalla necessità di comprendere quali possano essere le prospettive del club e se esistano le condizioni per costruire un percorso alternativo.La PLM avrebbe messo sul tavolo soprattutto la propria esperienza tecnica e organizzativa. Lo Monaco e Panico hanno già collaborato con l’Enna nelle precedenti stagioni, contribuendo alla costruzione della squadra e alla gestione dell’area tecnica. Il loro eventuale coinvolgimento futuro, però, sarebbe subordinato alla presenza di una nuova compagine societaria in grado di garantire risorse economiche adeguate.
Il punto centrale è infatti finanziario. Per modificare l'assetto societario non sarebbe sufficiente una disponibilità tecnica: servirebbero nuovi soci, capitali e un progetto capace di affrontare i costi di una stagione di Serie D .Nel frattempo la situazione tecnica sembra aggravarsi. Secondo quanto emerso, anche componenti dello staff avrebbero manifestato l'intenzione di interrompere il proprio percorso con il club. Un ulteriore elemento di difficoltà per una squadra che avrebbe bisogno di stabilità, programmazione e interventi immediati.
La questione dello stadio resta quindi il primo tassello da risolvere. Il ritardo nella disponibilità del Gaeta ha prodotto conseguenze che vanno oltre l'aspetto logistico: una squadra senza casa perde una parte della propria identità, del rapporto con il pubblico e delle possibilità economiche legate alle partite interne.Sul piano strettamente sportivo, invece, l'eventuale arrivo di una nuova proprietà potrebbe riaprire scenari differenti. Una riorganizzazione societaria accompagnata da interventi sul mercato e da una nuova struttura tecnica potrebbe consentire all'Enna di provare a rimettere in discussione una stagione partita con grandi difficoltà.
Il tempo, però, rappresenta un fattore decisivo. Ogni ulteriore settimana trascorsa senza una soluzione societaria e senza il ritorno al Gaeta rischia di rendere più complesso il tentativo di risalire la classifica.L'Enna si trova dunque davanti a un doppio bivio: da una parte la necessità di salvaguardare la permanenza in Serie D, dall'altra quella di trovare un assetto societario stabile. Per uscire dalla crisi serviranno entrambe le condizioni. Senza una struttura economica solida e senza il ritorno dello stadio Gaeta, anche l'eventuale rilancio tecnico rischierebbe di partire in salita.
Massimo Colajanni
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EcoEnnaServizi nasce nel 2017 come società a totale partecipazione pubblica del Comune di Enna, con il compito di gestire i servizi di igiene ambientale e, in particolare, il sistema dei rifiuti. Oggi, alla
luce della nuova fase che interessa la società, si apre una riflessione più ampia: può EcoEnnaServizi diventare la vera società comunale dei servizi di Enna?
La possibilità, sul piano generale, esiste, ma non significa che il Comune possa affidarle automaticamente qualsiasi attività. Ogni nuovo servizio deve essere compatibile con l'oggetto sociale, con la disciplina delle società in house, con le norme specifiche di settore e, soprattutto, deve dimostrare di produrre un vantaggio per la collettività e condizioni economiche congrue.
Il primo settore da prendere in considerazione è quello del verde pubblico: manutenzione di parchi e giardini, sfalcio, cura delle aiuole, potature e gestione ordinaria delle aree verdi. Un'attività strettamente collegata al decoro e alla qualità degli spazi urbani.
Un secondo ambito riguarda la pulizia e il decoro urbano: pulizie straordinarie, interventi dopo manifestazioni, rimozione dei rifiuti abbandonati, pulizia di piazze e aree periferiche e gestione dei cestini.
All'interno di questa stessa area potrebbe essere valutata anche la pulizia e la cura ordinaria del cimitero comunale, servizio particolarmente delicato e direttamente percepito dai cittadini. Inserirlo in un sistema organico di pulizia e manutenzione potrebbe consentire una programmazione più uniforme degli interventi.
Un ulteriore settore è quello della disinfestazione e derattizzazione, dalla deblattizzazione agli interventi contro gli infestanti e alle attività stagionali, sempre verificando preventivamente competenze, requisiti e autorizzazioni necessarie.
Più attentamente dovrebbe essere valutata la manutenzione ordinaria degli spazi pubblici, dagli arredi urbani alle aree attrezzate, dalle panchine alle recinzioni e agli interventi minori, distinguendola dai lavori pubblici di maggiore complessità.
L'obiettivo non dovrebbe però essere quello di trasformare EcoEnnaServizi in un contenitore nel quale far confluire indistintamente tutti i servizi comunali. La prospettiva sarebbe piuttosto quella di costruire una struttura specializzata nei servizi ambientali, nella pulizia, nel verde, nell'igiene e nel decoro della città.
Per arrivarci, però, servirebbe un passaggio fondamentale: un Piano industriale 2027-2030. Prima di nuovi affidamenti occorrerebbe conoscere con precisione costi, personale, mezzi, attrezzature, investimenti e capacità operativa della società.
Per ogni servizio dovrebbe essere effettuato un confronto tra la gestione attuale e quella eventualmente affidata a EcoEnnaServizi, valutando costi, qualità, tempi di intervento e risultati. Solo attraverso questa analisi il Comune potrebbe dimostrare la convenienza dell'affidamento in house.
Altrettanto importante sarebbe rafforzare il controllo analogo del Comune sulla società: bilanci, budget, personale, investimenti, costi e qualità dei servizi dovrebbero essere costantemente monitorati dall'Amministrazione.
La prospettiva potrebbe quindi essere quella di una società organizzata in diverse aree operative: rifiuti, verde pubblico, pulizia, cimitero, igiene, decoro urbano e manutenzione ordinaria, naturalmente nei limiti consentiti dalla normativa e dalle effettive capacità della società.
Il punto, però, non dovrebbe essere aumentare semplicemente il numero dei servizi affidati a EcoEnnaServizi. Il punto dovrebbe essere far funzionare meglio i servizi comunali.
Se una gestione integrata consentisse di utilizzare meglio personale e mezzi, ridurre la frammentazione degli affidamenti, evitare duplicazioni, contenere i costi e garantire interventi più rapidi, il beneficio potrebbe ricadere direttamente sulla comunità.
In altre parole, EcoEnnaServizi potrebbe diventare una vera società comunale dei servizi, non per crescere fine a se stessa, ma per mettere a disposizione del Comune una struttura operativa più coordinata, controllabile ed efficiente.
E il risultato finale dovrebbe essere chiaro: i cittadini non devono avere nuovi costi, ma solo benefici. Più pulizia, maggiore cura del verde e del cimitero, più attenzione al decoro, interventi più tempestivi e servizi meglio organizzati.
È questa la vera sfida: trasformare una società nata per gestire i rifiuti in una società comunale dei servizi al servizio della città, attraverso un progetto serio, sostenibile e trasparente, nel quale ogni scelta venga misurata non sulla quantità degli incarichi affidati, ma sulla sua capacità di migliorare concretamente la vita dei cittadini.
Massimo Castagna
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Dai Comuni alle parrocchie, dal Banco Alimentare alle imprese: mettere in rete le realtà
già presenti sul territorio per recuperare le eccedenze, ridurre i rifiuti e trasformare il
cibo non venduto in una risorsa per le persone in difficoltà.
Anche la provincia di Enna non è esente dal problema dello spreco alimentare. Ma proprio un territorio fatto di piccoli Comuni e comunità molto radicate potrebbe trasformare questa criticità in
un'occasione di solidarietà.
La prima sfida è mettere in rete ciò che già esiste: Comuni, parrocchie, Caritas, associazioni, volontari, imprese, supermercati e produttori. I Comuni potrebbero assumere il ruolo di coordinamento, creando un tavolo permanente per censire eccedenze e bisogni.
Una vera e propria “mappa dello spreco” potrebbe individuare supermercati, panifici, ristoranti, mense e aziende disponibili a donare il cibo non più vendibile ma ancora consumabile.
Le eccedenze potrebbero quindi essere raccolte e distribuite attraverso una rete di associazioni e realtà ecclesiali presenti nei diversi territori. Le parrocchie e le Caritas, grazie alla loro presenza capillare, potrebbero diventare punti di riferimento per la raccolta e la distribuzione.
Il volontariato potrebbe occuparsi della logistica, dal recupero al trasporto, naturalmente nel rispetto delle necessarie regole igienico-sanitarie. Il Banco Alimentare e le organizzazioni già impegnate nella redistribuzione potrebbero contribuire con esperienza, procedure e formazione. Un ruolo importante potrebbe essere affidato anche alle scuole, partendo dalle mense e dall'educazione alimentare.
Misurare quanto cibo rimane nei piatti significherebbe capire dove intervenire per ridurre concretamente gli sprechi. Anche feste patronali, sagre, manifestazioni sportive ed eventi pubblici potrebbero prevedere sistemi organizzati per recuperare le eccedenze.
I Comuni potrebbero inoltre favorire accordi con la grande distribuzione e con gli esercizi commerciali. Dove previsto dalla normativa, potrebbero essere valutate anche forme di incentivo per le attività che donano regolarmente le proprie eccedenze. Non si tratta di inventare necessariamente nuovi servizi, ma di collegare meglio quelli che già operano sul territorio.
La provincia di Enna potrebbe così costruire un modello fondato sulla collaborazione e sulla responsabilità condivisa. Il Comune mette a disposizione il coordinamento e le istituzioni pubbliche favoriscono la rete. Le realtà ecclesiali garantiscono presenza e prossimità. Il volontariato offre energie e capacità operativa.
Le associazioni possono contribuire con competenze, sensibilizzazione e organizzazione. Le imprese possono trasformare le eccedenze in una risorsa
anziché in un costo.
La legge già indica la strada del recupero e della donazione a fini di solidarietà sociale. Ora occorre trasformare quel principio in una pratica quotidiana e territoriale.
Perché ogni alimento recuperato significa meno rifiuti, meno risorse sprecate e, soprattutto, un aiuto concreto per qualcuno.
La lotta allo spreco non dovrebbe essere affidata alla buona volontà di pochi. Dovrebbe diventare una responsabilità condivisa, organizzata e misurabile. E proprio una provincia come quella di Enna, attraverso la sua rete di comunità, potrebbe dimostrare che anche un territorio piccolo può costruire una grande risposta collettiva. Non basta più chiedersi quanto cibo finisce nella spazzatura.
La domanda da porsi è quante persone potrebbero essere aiutate prima che quel cibo diventi un rifiuto.
Da questa domanda potrebbe nascere un vero Patto provinciale contro lo spreco alimentare.
Massimo Castagna
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C'è una domanda che prima o poi accompagna moltissime famiglie che hanno al loro interno una persona con disabilità grave: “Che cosa succederà quando noi genitori non ci
saremo più?”
È proprio da questa domanda che nasce il significato più profondo del “Dopo di noi”, il programma previsto dalla Legge 22 giugno 2016, n. 112 per garantire protezione, assistenza e autonomia alle persone con disabilità grave che sono prive del sostegno familiare o che rischiano concretamente di perderlo.
Ma c'è un equivoco da chiarire subito: il Dopo di noi non è semplicemente una casa dove mandare una persona con disabilità quando i genitori non ci saranno più.
È, prima di tutto, un progetto di vita.
Significa cominciare a costruire il futuro della persona mentre i genitori sono ancora presenti, accompagnandola gradualmente verso una maggiore autonomia e individuando una soluzione abitativa e assistenziale adeguata alle sue esigenze.
CHI PUÒ ESSERE BENEFICIARIO?
Il Dopo di noi riguarda principalmente le persone con disabilità grave, ai sensi della Legge 104/1992, che si trovano prive del sostegno familiare oppure che rischiano di perderlo.
Non significa, però, che una persona con disabilità grave abbia automaticamente diritto a entrare in una struttura.
La situazione deve essere valutata attraverso un percorso individuale, tenendo conto delle condizioni della persona, della famiglia, delle sue capacità, dei bisogni assistenziali e delle possibilità di autonomia.
Tra le situazioni considerate ci sono quelle nelle quali:
- i genitori sono deceduti;
- i genitori non sono più in grado di garantire un adeguato sostegno;
- il sostegno familiare rischia concretamente di venire meno;
- è necessario preparare la persona a una vita il più possibile autonoma fuori dalla famiglia;
- occorre evitare, quando possibile, il ricorso a soluzioni fortemente istituzionalizzanti.
Ed è proprio quest'ultimo aspetto a rendere importante il Dopo di noi.
Non bisogna aspettare la morte dei genitori per cominciare a pensare al futuro.
Il percorso dovrebbe iniziare prima.
Una persona può, ad esempio, cominciare gradualmente a trascorrere periodi fuori dalla casa familiare, imparare a gestire alcune attività quotidiane, vivere con altre persone, sviluppare capacità relazionali e acquisire maggiore autonomia.
In questo modo il passaggio dalla famiglia alla nuova abitazione non diventa un trauma improvviso, ma un percorso progressivo e accompagnato.
COSA SIGNIFICA CONCRETAMENTE “DOPO DI NOI”?
Per una famiglia, la parola “Dopo di noi” può sembrare astratta.
In realtà può significare cose molto concrete.
Può significare, per esempio, un appartamento nel quale vivere con altre persone, con il supporto di operatori qualificati.
Può essere un gruppo appartamento, un'esperienza di co-housing o un'altra soluzione abitativa con caratteristiche il più possibile domestiche.
Può comprendere interventi per imparare a:
- preparare un pasto;
- fare la spesa;
- gestire il denaro;
- curare la propria persona;
- organizzare la giornata;
- utilizzare i servizi del territorio;
- muoversi nella comunità;
- coltivare relazioni sociali;
- sviluppare, quando possibile, competenze utili anche per il lavoro.
In altre parole, l'obiettivo non è semplicemente trovare un posto dove vivere, ma aiutare la persona a vivere nel modo più autonomo possibile.
IL PROGETTO DEVE ESSERE PERSONALIZZATO
Questo è uno dei concetti più importanti da spiegare alle famiglie.
Non esiste un “Dopo di noi” uguale per tutti.
Una persona può avere bisogno di un'assistenza continua. Un'altra può essere relativamente autonoma ma necessitare di un accompagnamento per alcune attività.
Una persona può poter vivere con altre quattro persone. Un'altra potrebbe avere bisogno di una soluzione diversa.
Per questo deve essere costruito un progetto personalizzato.
Il progetto deve partire dalla persona e non dalla struttura disponibile.
È una differenza fondamentale.
Non dovrebbe essere:
“Abbiamo un appartamento, vediamo chi possiamo metterci dentro”.
Dovrebbe essere:
“Questa persona ha queste capacità, questi bisogni e questi obiettivi: quale soluzione abitativa e assistenziale è più adatta a lei?”
CHI DEVE REALIZZARE IL DOPO DI NOI?
Qui entrano in gioco diversi livelli istituzionali.
Lo Stato stabilisce il quadro normativo e finanzia il Fondo destinato alle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare.
La Regione programma l'utilizzo delle risorse e stabilisce gli indirizzi per l'attuazione degli interventi.
Poi ci sono i Comuni e gli Ambiti territoriali, che rappresentano il livello più vicino alle persone e alle famiglie.
È a questo livello che vengono concretamente organizzati gli interventi, individuati i bisogni, costruiti i progetti e attivate le procedure necessarie.
Per una famiglia, quindi, il riferimento non deve essere soltanto “Roma” o “Palermo”.
È fondamentale capire qual è l'Ambito territoriale competente e quali servizi sociali devono essere contattati.
E CHI GESTISCE LA CASA?
Un'altra domanda fondamentale è: chi manda avanti concretamente un appartamento Dopo di noi?
Non necessariamente il Comune.
La gestione può essere affidata, secondo le procedure previste dalla normativa e dalla programmazione territoriale, a soggetti qualificati.
Tra questi possono esserci cooperative sociali, associazioni, fondazioni ed Enti del Terzo Settore, oltre ad altri soggetti che possiedano i requisiti richiesti.
Ma attenzione: non basta costituire un'associazione per poter gestire un Dopo di noi.
Il soggetto gestore deve avere i requisiti richiesti e deve essere individuato attraverso le procedure previste dall'ente competente.
Può trattarsi, ad esempio, di un avviso pubblico, di una procedura di coprogettazione, di un affidamento o di altra modalità prevista dalla normativa applicabile.
Il gestore deve poi garantire gli interventi previsti dal progetto: personale qualificato, accompagnamento, assistenza, attività educative e sostegno all'autonomia.
QUINDI CHI “APRE” UN DOPO DI NOI?
Anche questa è una domanda frequente.
Non esiste, semplicemente, una persona che decide autonomamente di “aprire un Dopo di noi” come se si trattasse di una normale attività privata.
Il percorso deve essere inserito nella programmazione pubblica prevista dalla Legge 112/2016 e deve rispettare la normativa regionale, sociale, sanitaria e abitativa applicabile.
Bisogna quindi distinguere almeno tre cose:
1. L'immobile
Deve essere idoneo alla soluzione abitativa prevista e, quando necessario, essere adeguato alle esigenze delle persone.
2. Il progetto
Deve essere costruito sulla base delle esigenze concrete dei beneficiari.
3. Il gestore
Deve essere un soggetto in possesso dei requisiti richiesti e individuato secondo le procedure previste.
Questo significa che una famiglia, un'associazione o un ente che voglia promuovere un progetto deve confrontarsi con Comune, Ambito territoriale e Regione, verificando anche le specifiche disposizioni regionali.
DOPO DI NOI NON SIGNIFICA RSA
È forse il chiarimento più importante.
Una soluzione Dopo di noi non deve essere automaticamente assimilata a una RSA, a una casa di riposo o a una grande struttura residenziale.
La filosofia della Legge 112/2016 è quella di favorire, per quanto possibile, abitazioni con caratteristiche domestiche, percorsi di autonomia e forme di convivenza che consentano alle persone di mantenere relazioni con il territorio.
L'idea è quella di una casa.
Non di un istituto.
Questo non significa che tutte le persone possano vivere senza assistenza. Significa, piuttosto, che l'assistenza deve essere organizzata intorno alla persona e al suo progetto di vita, cercando di evitare una risposta esclusivamente istituzionale.
UN ESEMPIO PER CAPIRE
Immaginiamo una famiglia con un figlio adulto con disabilità grave.
I genitori sono ancora presenti e si occupano quotidianamente di lui.
Il problema non è soltanto ciò che accadrà “dopo”.
Il problema è preparare oggi il futuro.
Il primo passo può essere una valutazione delle sue capacità e dei suoi bisogni.
Poi si costruisce un progetto personalizzato.
Il ragazzo può iniziare a partecipare ad attività finalizzate all'autonomia.
Successivamente può sperimentare brevi periodi fuori casa.
Quando è pronto, può entrare in un appartamento condiviso con altre persone, con operatori che garantiscono l'assistenza prevista dal progetto.
I genitori possono continuare a essere presenti nella sua vita.
Ma non sono più l'unico punto sul quale poggia tutta la sua esistenza.
Questo è il senso più profondo del Dopo di noi.
COSA DEVONO FARE LE FAMIGLIE?
La prima cosa è non aspettare l'emergenza.
Una famiglia non dovrebbe arrivare alla morte o all'improvvisa malattia di un genitore senza avere mai affrontato il problema.
È opportuno rivolgersi ai servizi sociali del Comune e all'Ambito territoriale competente, chiedendo informazioni sui progetti Dopo di noi attivi o programmati nel territorio.
È importante chiedere:
- quali sono gli interventi disponibili;
- quali sono i requisiti per accedere;
- come viene effettuata la valutazione;
- come viene costruito il progetto personalizzato;
- quali soluzioni abitative sono disponibili;
- quali sono i soggetti gestori;
- quali costi possono eventualmente ricadere sulla famiglia;
- quali sono le modalità per presentare la domanda.
E soprattutto è importante chiedere che il futuro della persona venga discusso quando i genitori sono ancora in grado di partecipare alle decisioni.
IL VERO PROBLEMA: NON ASPETTARE “IL DOPO”
Il nome può trarre in inganno.
Il “Dopo di noi” non dovrebbe cominciare dopo.
Dovrebbe cominciare prima.
Perché progettare il futuro di una persona con disabilità significa evitare che, un giorno, tutto dipenda da una soluzione trovata in fretta.
Significa conoscere le sue capacità.
Capire cosa può fare da sola.
Capire dove può vivere.
Con chi può vivere.
Di quale assistenza ha bisogno.
Quali relazioni vuole mantenere.
E soprattutto che tipo di vita vuole e può costruire.
Per questo il Dopo di noi non dovrebbe essere considerato soltanto una misura assistenziale.
È una questione di diritti, dignità, autonomia e qualità della vita.
E per le famiglie significa affrontare una delle paure più grandi — quella del futuro del proprio figlio — trasformandola, quando possibile, in un progetto concreto.
IN SINTESI: LE CINQUE COSE DA SAPERE
CHI NE HA DIRITTO?
Persone con disabilità grave che si trovano prive del sostegno familiare o che rischiano concretamente di perderlo, secondo i criteri previsti dalla normativa e dalla programmazione territoriale.
CHI PROGRAMMA?
Lo Stato finanzia il Fondo; la Regione programma le risorse e gli interventi; Comuni e Ambiti territoriali li attuano sul territorio.
CHE COSA VIENE REALIZZATO?
Percorsi di autonomia, soluzioni abitative, gruppi appartamento, co-housing, interventi di supporto alla domiciliarità e altre soluzioni previste dal progetto.
CHI PUÒ GESTIRE?
Soggetti qualificati individuati secondo le procedure previste: tra questi possono esserci cooperative sociali, associazioni, fondazioni ed Enti del Terzo Settore.
QUAL È L'OBIETTIVO?
Non semplicemente “sistemare” una persona quando la famiglia non potrà più assisterla, ma costruire per tempo una vita possibile, dignitosa e il più possibile autonoma.
Il Dopo di noi, in definitiva, non dovrebbe essere il luogo dove una persona viene mandata quando i genitori non ci sono più. Dovrebbe essere il percorso attraverso il quale quella persona impara, gradualmente, a vivere la propria vita anche quando i genitori non potranno più esserci.
Massimo Castagna
Foto: Casa di Alice CSR Viagrande
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