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- Categoria: Archeologia
Campobello di Mazara (TP) - Sito archeologico "Erbe bianche" abbandonato, una vergogna nazionale
Le peculiarità per essere un raro gioiello archeologico ci sono tutte. Dalla storia che ne fa uno dei più importanti siti della media età del
Bronzo nel Mediterraneo al fascino della scoperta di un ripostiglio d’armi tra i più antichi di Sicilia. Eppure, già subito dopo lo scavo, una gestione non proprio virtuosa ha decretato il lento e inesorabile declino degli antichi resti ad Erbe bianche, contrada del Comune di Campobello di Mazara in provincia di Trapani. Siamo nella “chora” selinuntina a circa tre chilometri dal mare. L’insediamento preistorico sorge su un banco di calcarenite, alle porte del paese adagiato nella valle del Belice, ed è stato indagato dagli archeologi in due campagne, nel 1992 e nel 1995, guidate da Sebastiano Tusa. Ad essere portate alla luce sono quattro capanne ellittiche, ricavate da cavità carsiche e disposte intorno ad un edificio circolare delimitato da buche di palo. Ma vengono fuori anche un forno e un’area cultuale all’aperto.
Il villaggio dell’età del Bronzo ricavato nel banco roccioso
Imboccando via Contrada Erbe bianche, periferia di Campobello, ci si trova subito di fronte ad un’ampia spianata di erba incolta ed è difficile accorgersi che lì sotto giacciono i resti archeologici. Deboli sono le tracce rivelatrici, niente che possa delineare in modo chiaro e netto l’architettura delle capanne a fossa adattate nel detrito della roccia calcarea. L’orografia circostante suggerisce un’istantanea senza tracce umane. E, invece, qui la terra ha restituito negli anni Novanta del secolo scorso armi in bronzo, ceramiche tra cui bacini su alto piede, teglie, piattelli, una coppa-incensiere, un colatoio, due frammenti di vasi egei, palchi di corna di cervo che attestano la vocazione pastorale del villaggio, tutti reperti oggi conservati presso il museo del Baglio Florio di Selinunte, ma mai esposti al pubblico. D’altronde, le stesse abitazioni ipogee, dopo lo scavo, sono state opportunamente occultate con coperture metalliche per scongiurare distruzioni o saccheggi, e così sono rimaste per trent’anni, quasi ringoiate dall’oblio del tempo. Intorno alle capanne non esiste alcuna recinzione protettiva, manca il cartello marrone che indichi la presenza di un bene storico-artistico, assente ogni tipo di segnaletica turistica.
La denuncia delle associazioni locali
"Il sito è completamente abbandonato – denuncia Antonino Gulotta, presidente della sezione locale di Archeoclub d’Italia -. Le capanne sono coperte con lamiere, avvicinandosi e spiando da qualche fessura si riesce ad intravedere poco. A novembre abbiamo organizzato con Legambiente un flash mob sul posto per sensibilizzare cittadini ed organi competenti, ma nulla è cambiato. Non ci sono indicazioni, un faro illuminante, nessuna vigilanza, la rete metallica è sopravvissuta solo in un tratto. Chiunque può entrare e fare ciò che vuole". Del resto cinque anni fa i lavoratori stagionali che, dall’Africa e dal Sud Italia, arrivano in questa zona per la raccolta autunnale delle rinomate olive, come la magnogreca dop Nocellara del Belice, occuparono le capanne dell’età del Bronzo e vi si accamparono tra immondizia ed eternit. Si gridò allo scandalo, attirando l’attenzione su un’area già sofferente per le vicende del dopo terremoto che devastò il Belice nel 1968 e trasformò questo pezzo di periferia a sud di Campobello in baraccopoli per gli sfollati. L’epos del migrante è andato, quindi, ad intrecciarsi con la storia antica e recente del territorio campobellese. Quest’ultimo è un susseguirsi di ordinati filari di ulivi, vigneti, agrumeti, mandorleti, in pianura a cento metri sul livello del mare (quello di Tre Fontane e Torretta Granitola), fino ad arrivare verso ovest alle Cave di Cusa dove la vegetazione si evolve a macchia mediterranea e dove gli abitanti di Selinunte estraevano le pietre per costruire le gigantesche colonne dei famosi templi. Lo stesso nome di Campobello conserva memoria del latino “campus belli”, campo di battaglia tra segestani e selinuntini, prima che i cartaginesi, alleatisi con i primi, conquistassero e distruggessero Selinunte nel 409 a.C. Paesaggi stratificati, dunque, quelli di Campobello di Mazara. A metà strada tra Castel Vetrano e Selinunte, territori noti per la bellezza naturale mozzafiato.
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