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“Dopo di noi”, il ritardo della Sicilia: dieci anni di legge e una macchina amministrativa ancora troppo lenta
La legge sul “Dopo di Noi” è entrata in vigore nel 2016. Dieci anni dopo, in Sicilia, la domanda più scomoda non è più se esista una normativa, né se esistano le risorse.
La domanda è un'altra: quante persone con disabilità grave hanno realmente visto cambiare la propria vita grazie a quella legge?
È qui che il racconto istituzionale rischia di entrare in collisione con la realtà amministrativa.
La legge 112/2016 ha un obiettivo preciso: garantire alle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare percorsi di autonomia, indipendenza e deistituzionalizzazione, anche attraverso soluzioni abitative capaci di riprodurre il più possibile le condizioni della casa familiare. La responsabilità è distribuita tra Stato, Regioni e Comuni/Ambiti territoriali.
In altre parole, il legislatore non ha previsto semplicemente la costruzione o l'apertura di una “casa del Dopo di Noi”.
Ha previsto un progetto di vita.
Ed è proprio qui che la Sicilia mostra una delle sue maggiori fragilità.
IL PARADOSSO SICILIANO: I FONDI CI SONO, MA IL TEMPO PASSA
Il dato più difficile da ignorare emerge dagli stessi atti regionali.
Nel maggio 2026 la Regione Siciliana ha adottato un decreto del Dipartimento della Famiglia relativo al Fondo “Dopo di Noi”. Il documento non racconta una fase ormai conclusa di attuazione: racconta ancora una macchina amministrativa alle prese con risorse e procedure riferite alle annualità 2016 e 2017.
È questo il punto politico.
Non si può continuare a parlare del “Dopo di Noi” come di una misura giovane, sperimentale, appena partita.
Sono trascorsi dieci anni.
Dieci anni nella vita di una famiglia con una persona con disabilità grave non sono un dettaglio amministrativo.
Sono un'enormità.
In dieci anni cambiano le condizioni dei genitori, cambiano le esigenze assistenziali, cambiano le condizioni economiche della famiglia, cambiano le capacità residue della persona con disabilità.
E soprattutto invecchiano i genitori.
Per una famiglia che vive ogni giorno con la domanda “che cosa succederà a mio figlio quando io non ci sarò più?”, un procedimento amministrativo che dura anni non è semplicemente lento.
È una risposta che arriva troppo tardi.
LA REGIONE PROGRAMMA, I DISTRETTI DEVONO REALIZZARE. MA LA FILIERA SI INCEPPA
Il modello previsto dalla legge è chiaro: la Regione programma e distribuisce le risorse; l'attuazione concreta passa attraverso Comuni e ambiti territoriali.
In Sicilia questa articolazione coinvolge una rete molto ampia di distretti sociosanitari.
Il problema è che una rete così articolata funziona soltanto se tutti i suoi nodi possiedono strumenti, personale, competenze e capacità progettuale adeguati.
Ed è qui che emergono le differenze territoriali.
Un distretto può essere in grado di costruire un progetto complesso, coinvolgere famiglie e associazioni, individuare gli immobili, organizzare i servizi e mettere in campo una équipe multidisciplinare.
Un altro può trovarsi invece impantanato nella produzione di atti, nella progettazione tecnica, nella rendicontazione o nella difficoltà di individuare beneficiari e soluzioni coerenti con i requisiti della legge.
Il risultato è una Sicilia a velocità differenti.
E quando si parla di diritti delle persone con disabilità, questa disomogeneità non è una semplice inefficienza amministrativa.
Diventa una questione di uguaglianza.
IL CASO PIÙ GRAVE: LE RISORSE CHE TORNANO INDIETRO O VENGONO RIMODULATE
Gli stessi atti regionali mostrano un altro problema particolarmente significativo: alcuni distretti non sono riusciti a utilizzare le risorse assegnate, arrivando a rinunciare alle somme.
La Regione ha quindi dovuto intervenire con procedure di riassegnazione verso altri distretti considerati maggiormente capaci di utilizzare le risorse.
Questa è una delle contraddizioni più evidenti del sistema.
Da una parte ci sono famiglie che chiedono risposte.
Dall'altra ci sono risorse pubbliche che rischiano di restare ferme, di essere rimodulate, di essere trasferite da un territorio all'altro.
È difficile spiegare questa contraddizione a una famiglia che aspetta.
Perché il problema non è soltanto quanti euro siano stati stanziati.
Il problema è quanti euro siano diventati concretamente:
- percorsi di autonomia;
- esperienze di vita fuori dalla famiglia;
- abitazioni realmente accessibili;
- co-housing;
- assistenza personalizzata;
- inclusione sociale;
- lavoro e relazioni;
- capacità di scelta.
Se il denaro resta dentro una procedura amministrativa, non è ancora una politica sociale.
È soltanto una disponibilità finanziaria.
IL RISCHIO DI CONFONDERE UNA CASA CON IL “DOPO DI NOI”
C'è poi un problema ancora più profondo.
Il “Dopo di Noi” rischia di essere interpretato come una politica edilizia.
Si cerca una casa.
Si ristruttura un immobile.
Si organizzano posti.
Si crea una struttura.
Ma la legge dice qualcosa di molto più ambizioso.
La casa è uno strumento.
Il vero obiettivo è costruire una vita possibile fuori dalla famiglia d'origine.
Il Ministero indica tra gli interventi finanziabili proprio i percorsi programmati di uscita dal nucleo familiare, la domiciliarità in soluzioni di tipo familiare e il co-housing.
Questo significa che una persona non può essere considerata “presa in carico” semplicemente perché ha trovato un posto letto.
Bisogna chiedersi:
Dove vuole vivere?
Con chi?
Con quale livello di autonomia?
Quali relazioni vuole mantenere?
Quale lavoro può svolgere?
Quali attività può praticare?
Quali sostegni servono?
Chi garantisce la continuità del progetto?
Chi verifica dopo sei mesi, dopo un anno, dopo tre anni se quella vita sta realmente funzionando?
Queste sono le domande del vero “Dopo di Noi”.
IL FALLIMENTO NON È SOLO ECONOMICO. È CULTURALE
La difficoltà più seria, quindi, non riguarda esclusivamente le procedure.
Riguarda il modo stesso con cui il sistema pubblico guarda alla disabilità.
Per troppo tempo la domanda è stata:
“Quale servizio possiamo offrire?”
Il nuovo modello dovrebbe invece partire da un'altra domanda:
“Quale vita vuole vivere questa persona e quali sostegni servono per renderla possibile?”
È un cambio di paradigma enorme.
Significa passare dalla persona come destinataria di un servizio alla persona come titolare di un progetto.
Significa coinvolgere direttamente la persona con disabilità e la sua famiglia.
Significa coordinare Comune, Distretto sociosanitario, ASP, servizi sociali, operatori, enti del Terzo settore e associazioni.
Significa soprattutto assumersi una responsabilità precisa sui risultati.
E questa responsabilità non può essere scaricata da un livello istituzionale all'altro.
IL RIMBALZO DELLE RESPONSABILITÀ
Quando un progetto non parte, è facile attribuire la responsabilità al Comune.
Quando il Comune sostiene di non avere strumenti, la responsabilità può essere spostata sul Distretto.
Quando il Distretto lamenta difficoltà progettuali, il problema diventa regionale.
Quando la Regione parla di trasferimenti e programmazione, la questione torna ai territori.
Nel frattempo, però, la famiglia resta ferma.
Questo è il vero punto politico.
Una politica pubblica seria non può limitarsi a stabilire chi ha formalmente la competenza.
Deve stabilire chi risponde del risultato finale.
Perché alla persona con disabilità non interessa sapere quale ufficio abbia perso un passaggio della procedura.
Interessa sapere se può vivere una vita autonoma, dignitosa e sicura.
UNA SICILIA CHE DEVE SMETTERE DI MISURARE IL SUCCESSO CON I DECRETI
La Regione può produrre decreti.
I distretti possono approvare piani.
I Comuni possono pubblicare avvisi.
Le amministrazioni possono rendicontare.
Ma tutto questo non basta.
Il vero indicatore del “Dopo di Noi” deve essere un altro:
quante persone hanno acquisito maggiore autonomia?
Quante hanno lasciato, gradualmente e con un progetto, la casa dei genitori?
Quante vivono in soluzioni abitative realmente familiari?
Quante hanno costruito relazioni fuori dal nucleo familiare?
Quante hanno avuto accesso a percorsi lavorativi o di inclusione?
Quanti progetti sono ancora attivi dopo la fine del finanziamento?
Quante famiglie sanno esattamente cosa accadrà al proprio figlio tra cinque, dieci o quindici anni?
Sono queste le domande alle quali la politica siciliana dovrebbe rispondere.
Non con un altro comunicato.
Con numeri, nomi dei programmi, tempi, risultati e responsabilità.
IL 2026 È UN ANNO DECISIVO
La questione diventa ancora più delicata perché il sistema italiano sta andando verso un modello nel quale il progetto individuale e personalizzato della persona con disabilità assume un peso sempre maggiore.
La Sicilia non può arrivare a questo appuntamento ancora impegnata a smaltire procedure relative alle prime annualità del “Dopo di Noi”.
Sarebbe un errore politico e amministrativo.
Il rischio è di costruire una nuova stagione normativa sopra una macchina vecchia, lenta e frammentata.
E allora il problema non sarebbe più soltanto il ritardo nell'attuazione della legge 112.
Sarebbe il rischio di produrre nuove norme, nuovi fondi e nuovi adempimenti senza risolvere il problema strutturale della capacità amministrativa di trasformarli in servizi e diritti.
LA QUESTIONE CHE LA POLITICA SICILIANA NON PUÒ PIÙ ELUDERE
Il “Dopo di Noi” non può essere trattato come una misura residuale per una parte minoritaria della popolazione.
È un test sulla qualità dello Stato sociale.
Perché misura la capacità delle istituzioni di occuparsi di una persona anche quando viene meno la protezione naturale della famiglia.
E in Sicilia questa prova non può essere rimandata ancora.
Non basta dire che i fondi sono stati stanziati.
Non basta dire che i decreti sono stati firmati.
Non basta dire che i distretti sono stati coinvolti.
Bisogna dimostrare che quei soldi hanno prodotto libertà.
Perché dietro ogni progetto non realizzato non c'è una pratica rimasta su una scrivania.
C'è una persona.
Dietro ogni finanziamento rimodulato non c'è soltanto una cifra di bilancio.
C'è una famiglia che ha aspettato.
Dietro ogni ritardo non c'è soltanto una casella amministrativa.
C'è una madre o un padre che continua a chiedersi cosa succederà al proprio figlio quando non sarà più in grado di proteggerlo.
E questa è la parte che la burocrazia rischia di dimenticare.
Il “Dopo di Noi” non riguarda il futuro. Riguarda il presente.
E dopo dieci anni, per la Sicilia, il tempo delle giustificazioni dovrebbe essere finito.
La Regione deve dire quanti progetti sono realmente attivi, quanti beneficiari hanno raggiunto una maggiore autonomia, quanti fondi sono stati spesi, quanti sono rimasti inutilizzati, quali distretti sono in ritardo, quali hanno rinunciato alle risorse e soprattutto perché.
Perché una volta che le risorse sono disponibili, il ritardo non è più un problema finanziario. È una responsabilità politica e amministrativa.
Massimo Castagna
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