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- Categoria: Nera e Giudiziaria
Tutele revocate agli imprenditori che denunciano, mentre la mafia rialza la testa nell’Ennese
L’allarme del giornalista antimafia Josè Trovato: ridimensionare le protezioni in un
contesto criminale ancora attivo rischia di indebolire l’intero fronte antiracket
Cresce la preoccupazione attorno alla gestione delle misure di tutela destinate agli imprenditori che hanno denunciato estorsioni mafiose e fenomeni corruttivi in provincia di Enna. In un territorio che continua a essere segnato da una presenza criminale tutt’altro che marginale, si registrano orientamenti volti a ridimensionare o addirittura revocare le protezioni, anche in presenza di quadri di rischio non completamente superati.
Secondo il giornalista antimafia Josè Trovato, si tratta di una lettura pericolosamente semplificata di una realtà complessa. «Le denunce presentate negli ultimi anni hanno inciso su interessi mafiosi strutturati, portando a operazioni e processi rilevanti contro Cosa Nostra ennese», sottolinea. Un’esposizione che, per sua natura, non può essere considerata automaticamente esaurita con il semplice trascorrere del tempo.
La storia delle organizzazioni mafiose dimostra come la capacità intimidatoria e ritorsiva non segua logiche lineari né tantomeno scadenze amministrative. A rendere il quadro ancora più delicato è il mutato contesto criminale: in questo periodo, numerosi soggetti ritenuti “socialmente pericolosi” sono tornati in libertà in provincia di Enna, riattualizzando in modo oggettivo il rischio per chi ha collaborato con la giustizia.
«In una fase come questa sarebbe necessario rafforzare le misure di tutela, non ridurle», afferma Trovato, ricordando come le protezioni siano state disposte a seguito di minacce concrete e di un riconoscimento formale dell’elevata pericolosità del contesto. Interpretare l’assenza di episodi recenti come un’attenuazione del rischio rischia di produrre una distorsione evidente, perché quell’assenza può essere, ed è spesso, l’effetto diretto della protezione stessa.
Il problema, dunque, non riguarda singole decisioni amministrative, ma l’impostazione complessiva adottata. Una riduzione delle tutele in questa fase storica rischia di trasmettere un messaggio ambiguo a chi ha scelto di denunciare, alimentando l’idea che la protezione dello Stato sia temporanea e revocabile anche in presenza di un contesto criminale non neutralizzato.
Le conseguenze vanno oltre i singoli casi. Un simile approccio, secondo ambienti impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata, potrebbe indebolire l’intero movimento antiracket, scoraggiando nuove denunce e minando la fiducia nella capacità dello Stato di garantire una tutela concreta e duratura a chi rompe il muro dell’omertà. La tutela degli imprenditori che denunciano resta infatti uno strumento essenziale di politica antimafia, soprattutto in una fase in cui la provincia di Enna è attraversata da dinamiche criminali particolarmente pericolose, in larga parte riconducibili agli equilibri imposti da Catania e dal clan Santapaola.
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