-
Enna - Solidarietà ad Angelo Bruno dopo attacchi omofobi
-
Gela, agenti aggrediti durante un intervento: tre poliziotti feriti, uno è grave
-
Sigonella, il PD scende in piazza: La Sicilia non sia base di guerra
-
“Le prime volte”: Giovanni Alfieri in scena al Piccolo Teatro dei Biscottari
-
Sanità, Enna entra nell’era della cardiologia strutturale
-
Enna, CGIL apprezza visita del direttore ASP a giovane con autismo
-
Rifiuti in Sicilia, Vitrano difende il piano regionale e attacca il M5S


- Dettagli
- Categoria: Redazionale
Referendum 2026: dopo la sconfitta cercasi capri espiatori disperatamente
Il 23 marzo 2026 resterà una data spartiacque per la legislatura. Gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere con il 53,7% di No, con
un'affluenza che ha smentito ogni previsione di apatia. Era il voto su cui il governo Meloni aveva scommesso il proprio capitale politico, descrivendolo come la "madre di tutte le riforme" per riequilibrare il rapporto tra politica e magistratura. Eppure, all'indomani del verdetto, Palazzo Chigi ha preferito cambiare spartito.
In poche ore sono arrivate le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e, infine, della ministra del Turismo Daniela Santanchè. Gesti presentati come un'improvvisa fiammata di rigore etico. Ma la cronaca tradisce il calcolo: l'improvviso rigore etico appare come il paravento dietro cui celare il fallimento del progetto referendario. Sacrificando i singoli 'casi' proprio all'indomani del voto, Palazzo Chigi prova a narcotizzare il segnale politico delle urne, offrendo all'opinione pubblica dei colpevoli individuali per non dover ammettere una responsabilità collegiale della maggioranza di governo.
Per oltre un anno, il governo ha blindato queste figure dietro lo scudo del garantismo, invocando la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Le pendenze giudiziarie di Santanchè e la condanna in primo grado di Delmastro erano note, pubbliche e ampiamente discusse. Eppure, il 24 marzo, miracolosamente, quelle stesse posizioni sono diventate insostenibili.
"La strategia è evidente: individuare dei capri espiatori per non dover processare l'idea politica che ha portato al fallimento referendario."
Sostituire i volti in difficoltà per coprire il vuoto lasciato dal No nelle urne è un'operazione che elude il vero tema: la coerenza. Non si può chiedere agli italiani di riformare la Costituzione in nome di una giustizia più alta quando, contemporaneamente, si difendono collaboratori con ombre giudiziarie pesanti finché conviene, per poi scaricarli appena il vento elettorale gira.
Il voto referendario non è una sentenza di tribunale contro un ministro, né un giudizio sulla fedina penale di un sottosegretario. È l'espressione massima della sovranità popolare. Gli italiani che si sono recati alle urne hanno esercitato un atto di responsabilità verso la Carta fondamentale; la risposta della politica non può essere il sacrificio rituale di qualche fedelissimo.
La narrazione del governo che "fa pulizia" è politicamente astuta, ma intellettualmente fragile. Sposta l'attenzione dal dato oggettivo: la maggioranza dei cittadini non ha condiviso la visione di giustizia proposta dall'esecutivo.
La responsabilità politica imporrebbe di dire: "Abbiamo proposto una visione, gli italiani non l'hanno seguita, dobbiamo interrogarci sul perché".
La ricerca del capro espiatorio, invece, dice: "Abbiamo perso perché alcuni di noi erano impresentabili".
Quest'ultima è una scorciatoia che svilisce la scelta degli elettori, riducendo un dibattito costituzionale sulla riforma della Giustizia a una questione di opportunità d'immagine.
Anche Daniela Santanchè, nella sua lettera di addio, ha centrato il punto: rifiutare il ruolo di "paravento" per una sconfitta che ha radici molto più profonde. Se il governo non accetta il verdetto referendario come un segnale politico netto sulla propria linea di riforma, ma lo tratta come un incidente di percorso risolvibile con tre dimissioni eccellenti, tradisce lo spirito stesso dello strumento referendario.
Esercitare il potere con onore richiede coerenza tra ciò che si propone e ciò che si incarna. Senza un'ammissione diretta del fallimento del progetto politico, le dimissioni di oggi non sembreranno un atto di dignità, ma l'ennesima manovra per evitare di guardare in faccia la realtà: gli italiani hanno chiesto serietà, non sostituzioni.
Gaetano Mellia
Redazionale - Potrebbe interessarti anche...
Enna e il tempo delle scelte: la sfida di Crisafulli tra declino e rinascita
Venerdì, 10 Aprile 2026 07:48Il ritorno in campo del candidato sindaco riapre il dibattito sul futuro della città: università, servizi e identità al centro di una partita decisiva C’è un momento, nella vita di una comunità, in...
Referendum 2026: dopo la sconfitta cercasi capri espiatori disperatamente
Venerdì, 27 Marzo 2026 11:32Il 23 marzo 2026 resterà una data spartiacque per la legislatura. Gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere con il 53,7% di No, con un'affluenza che ha...
Enna, amministrative di maggio: candidati ancora incerti , MPA all'angolo
Venerdì, 27 Marzo 2026 08:27Due nomi ufficiali, quasi certo l'ingresso di Mirello Crisafulli e Mpa ancora indeciso: cresce l’attesa per una competizione che si preannuncia serrata Le elezioni amministrative di maggio nel...
Referendum sulla giustizia: vince il NO. La riforma Meloni è bocciata dagli italiani
Lunedì, 23 Marzo 2026 16:34Il No si impone con quasi 10 punti di scarto, affluenza a sorpresa al 58,81%. Prima vera sconfitta per il governo Meloni. La Sicilia ultima per partecipazione, a Roma il No supera il 63%. Il NO ha...