-
Donne e scienza, la sfida del lavoro in Sicilia
-
Regione Siciliana - Via libera al bilancio consolidato 2024
-
Schifani rafforza gli aiuti: altri 18 milioni per le imprese colpite dal ciclone Harry
-
Passerella sopraelevata con tapis roulant: via libera al collegamento tra stazione Fontanarossa e aeroporto di Catania
-
Centrodestra in frantumi a Enna: lo sfogo di un elettore deluso
-
Serata magica al Salone della Musica: i Genesis incantano il pubblico
-
Regione Siciliana - Margherita Rizza nominata dirigente generale del Dipartimento Turismo


- Dettagli
- Categoria: Redazionale
Separazione delle carriere: una riforma costituzionale diventata resa dei conti
Nata come intervento tecnico sull'architettura giudiziaria, la riforma si è trasformata in un campo di battaglia tra politica e magistratura. Con Mattarella costretto a fare da argine e un Governo che non può permettersi di perdere.
Il 22 e 23 marzo gli italiani sono chiamati a esprimersi sulla separazione delle carriere in magistratura. In apparenza, un voto tecnico su architetture istituzionali: due CSM distinti,
nuovi criteri di selezione, meccanismi di sorteggio. Nella sostanza, qualcosa di molto più profondo.
Come ogni revisione costituzionale, anche questa porta con sé una scelta politica precisa. La Costituzione non è mai un documento neutro: modificarla significa misurare la fiducia nelle visioni politiche che hanno generato quella modifica, e la capacità delle istituzioni di interpretare il proprio tempo. Il Parlamento ha espresso una volontà, ma senza raggiungere la maggioranza qualificata. Da qui la necessità e l'opportunità di un giudizio diretto dei cittadini.
Il cuore della riforma è la separazione netta e definitiva tra la funzione requirente , quella dei pubblici ministeri, che indagano e accusano e la funzione giudicante, quella dei giudici chiamati a decidere. Oggi un magistrato può, nel corso della propria carriera, passare da un ruolo all'altro. La riforma elimina questa possibilità in modo strutturale, intervenendo direttamente sulla Costituzione.
Le modifiche principali riguardano tre ambiti. Il primo è la separazione delle carriere: pm e giudici apparterranno a ordini distinti sin dall'inizio del percorso professionale, senza possibilità di transizione. Il secondo è la creazione di due CSM separati, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, ciascuno con proprie competenze disciplinari e di gestione delle carriere. Il terzo è l'introduzione del sorteggio come criterio di selezione dei membri laici dei nuovi organi di autogoverno, in sostituzione dell'elezione parlamentare.
I sostenitori della riforma muovono da una premessa precisa: l'attuale sistema consente una promiscuità tra le funzioni che compromette la terzietà del giudice e l'autonomia del pm. Un magistrato che ha svolto per anni il ruolo di accusatore, si argomenta, porta con sé una cultura professionale difficilmente compatibile con la posizione di equidistanza che il giudice deve garantire alle parti. La separazione delle carriere, in questa prospettiva, non è un attacco alla magistratura ma una garanzia per i cittadini: processi più giusti, giudici più indipendenti, pm più responsabili del proprio operato. Non a caso, modelli analoghi esistono in molti Paesi europei, a partire dalla Francia e dalla Germania. Il sorteggio per i componenti dei nuovi CSM viene presentato, inoltre, come uno strumento per ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, da tempo al centro di polemiche per il loro ruolo nelle nomine e nelle carriere.
I contrari alla riforma contestano tanto il metodo quanto il merito. Sul metodo, sottolineano che intervenire sulla Costituzione con una maggioranza semplice — senza il consenso delle opposizioni e senza un confronto largo con il mondo giuridico — è una scelta che indebolisce la legittimità della riforma stessa. Sul merito, l'obiezione principale riguarda l'indipendenza della magistratura: separare formalmente le carriere, si sostiene, non garantisce magistrati migliori, ma rischia di isolare i pm, rendendoli più esposti a pressioni esterne e meno capaci di dialogare con la cultura giuridica complessiva. La creazione di due CSM separati viene vista come una frammentazione che indebolisce l'autogoverno della magistratura, mentre il sorteggio è criticato come un meccanismo che premia la casualità a scapito della competenza. Sullo sfondo, la preoccupazione che la riforma risponda più a un'agenda politica , quella di ridurre il potere della magistratura percepita come avversa all'esecutivo , che a una reale esigenza di miglioramento del sistema.
Il problema è che quel giudizio, nel corso della campagna referendaria, ha progressivamente perso i contorni del merito per assumere quelli dell'identità. Il "Sì" è diventato un segnale di fiducia nell'impianto riformatore del Governo; il "No" un argine istituzionale brandito da opposizioni e da una parte della magistratura. In mezzo, la riforma vera con i suoi pregi e le sue criticità è rimasta schiacciata da una narrazione che la trascende. Il referendum non è più soltanto un voto su un meccanismo istituzionale: è diventato, nei fatti, un giudizio sull'operato del Governo e sulla direzione politica imposta al Paese in questi anni.
È in questo contesto che va letta la presenza di Sergio Mattarella al plenum del CSM del 18 febbraio. Un gesto inedito nel suo lungo mandato, che ha avuto il sapore inequivocabile di un altolà. Il Capo dello Stato non si è limitato a ricordare che il CSM è organo di rilievo costituzionale: ha lanciato un segnale preciso a tutti gli attori in campo, politici e magistrati, invitandoli a misurare le proprie parole e a riconsiderare la qualità dello scontro in corso. Abbassare i toni, ha detto in sostanza, non significa rinunciare alle proprie posizioni. Significa evitare che il referendum lasci dietro di sé macerie istituzionali difficili da ricomporre. Un richiamo al senso di responsabilità in un momento in cui la dialettica tra politica e magistratura rischia di trasformarsi in conflitto aperto e permanente, con danni profondi per l'intero sistema democratico.
Anche la stampa internazionale ha colto la portata del voto. Alcune testate europee leggono il referendum come un possibile allineamento dell'Italia ai modelli di altri Paesi dell'Unione. Autorevoli quotidiani economici sottolineano invece come il risultato possa incidere sulla percezione della stabilità politica italiana, con effetti sulla credibilità del Paese nei mercati e nelle istituzioni europee. Non è un giudizio sul merito della riforma, ma sulla capacità del sistema politico di gestire un passaggio delicato senza alimentare una conflittualità che logora le fondamenta dello Stato.
Sul piano interno, le conseguenze politiche del voto saranno comunque reali e non potranno essere eluse. Il Governo ha investito su questa riforma una parte significativa del proprio capitale politico, trasformandola in una delle bandiere della propria azione di governo. Un successo del "Sì" confermerebbe la capacità dell'esecutivo di ottenere un mandato popolare su un tema sensibile e divisivo. Una sconfitta, invece, non potrebbe essere archiviata come un semplice incidente di percorso.
Proprio perché la polarizzazione dello scontro referendario ha finito per trasformare il voto in un giudizio politico sul Governo, un eventuale "No" prevalente imporrebbe alla maggioranza di trarne le debite conseguenze. Non per obbligo costituzionale, ma per coerenza democratica. In un sistema che si richiama alla sovranità popolare, ignorare un segnale così diretto arrivato al termine di una campagna in cui la posta in gioco è stata esplicitamente elevata a livello politico significherebbe tradire il principio stesso su cui si fonda la legittimità del governare. La responsabilità politica non si esercita soltanto nelle vittorie: si misura soprattutto nella capacità di riconoscere quando il Paese indica una direzione diversa.
Il referendum del 22 e 23 marzo, dunque, dirà qualcosa di molto più di quanto il suo quesito formale lasci intendere. Dirà quanto il Paese sia disposto a fidarsi dell'attuale direzione politica, quanto le istituzioni siano capaci di dialogare senza delegittimarsi reciprocamente, quanto la democrazia italiana sappia affrontare una riforma costituzionale senza trasformarla in uno scontro sulla propria stabilità.
Come ha ricordato Mattarella, il modo in cui ci si arriverà sarà importante quanto il risultato. Perché una democrazia matura si misura non solo nelle scelte che compie, ma nella qualità e nell'onestà con cui le attraversa.
Gaetano Mellia
Redazionale - Potrebbe interessarti anche...
Enna verso le amministrative: irrompe Mirello Crisafulli
Venerdì, 06 Marzo 2026 12:07Il Partito Democratico ha scelto il senatore come candidato sindaco. Si attende soltanto che sciolga la riserva. Si avvicina il momento decisivo per le elezioni amministrative di Enna, con il voto...
Separazione delle carriere: una riforma costituzionale diventata resa dei conti
Domenica, 01 Marzo 2026 10:36Nata come intervento tecnico sull'architettura giudiziaria, la riforma si è trasformata in un campo di battaglia tra politica e magistratura. Con Mattarella costretto a fare da argine e un Governo...
Centrodestra, prove di unità: spiragli per una coalizione credibile
Venerdì, 20 Febbraio 2026 07:36Dal vertice emerge la volontà di convergere su un candidato sindaco esterno, ma restano incognite e possibili veti incrociati L’incontro di ieri tra le forze politiche di centrodestra segna, forse...
Amministrative Enna: Centrodestra unito, Massimo Greco Candidato Sindaco, ma non solo anche Giovanni Contino scende in campo
Martedì, 03 Febbraio 2026 10:07Amministrative nel capoluogo, il centrodestra accelera verso l’unità mentre il centrosinistra prende tempo tra ipotesi e attese Nel cammino verso le prossime elezioni amministrative nel capoluogo,...