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Categoria: Redazionale
12 Settembre 2025

Nati in Italia, ma ancora stranieri: il paradosso degli studenti senza cittadinanza

Tra i banchi di scuola crescono cittadini senza diritti: il dossier sull’immigrazione rilancia il dibattito sulla riforma della cittadinanzastudenti

Ogni mattina, oltre 930.000 studenti di cittadinanza straniera varcano le soglie delle scuole italiane. Parlano italiano, studiano Dante, cantano l’inno nazionale. Eppure, per lo Stato, non sono italiani. Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2025, più del 65% di questi studenti è nato in Italia, ma non ha diritto alla cittadinanza. Un paradosso che alimenta disuguaglianze e mina il senso di appartenenza di migliaia di giovani.

Negli ultimi undici anni, mentre la popolazione scolastica italiana è diminuita del 12,5%, quella straniera è cresciuta del 16%. In regioni come Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, gli studenti stranieri superano il 15% del totale. Eppure, la legge sulla cittadinanza non ha seguito questo cambiamento.

Il dossier evidenzia anche un dato allarmante: la dispersione scolastica tra gli studenti di prima generazione raggiunge il 22,5%, quasi il doppio rispetto ai coetanei italiani. Un segnale che la mancanza di riconoscimento giuridico può tradursi in esclusione sociale.

Non avere la cittadinanza italiana, pur essendo nati e cresciuti nel Paese, significa partire svantaggiati. Per migliaia di studenti stranieri, la scuola diventa un percorso ad ostacoli: ritardi, ripetenze, orientamenti penalizzanti. Secondo Save the Children, il 26,4% degli studenti con background migratorio accumula ritardi nel percorso formativo, contro il 7,9% dei coetanei italiani. La ripetenza scolastica è quasi quattro volte più frequente, e solo il 3,9% riesce ad accedere all’università.

Ma le difficoltà non si fermano ai banchi di scuola. L’assenza di cittadinanza limita l’accesso a borse di studio, concorsi pubblici, tirocini retribuiti. E soprattutto, alimenta un senso di esclusione che incide sull’identità e sull’autostima. «Mi sento italiana, ma non posso esserlo per legge», racconta Sofia, 16 anni, nata a Palermo da genitori filippini. «Quando i miei compagni parlano di votare o fare volontariato, io mi sento invisibile».

La mancanza di riconoscimento giuridico si traduce anche in povertà educativa: il 41,4% delle famiglie con minori e genitori stranieri vive in condizioni di povertà assoluta, condizione che ostacola l’apprendimento e l’inclusione. Un dato che di conseguenza pesa sulle scelte scolastiche e sulle prospettive future. Nonostante buoni risultati alle medie, meno della metà degli studenti stranieri accede ai licei, spesso indirizzati verso percorsi tecnici o professionali, anche quando le competenze suggerirebbero altro.

In un Paese che affronta una crisi demografica senza precedenti, ignorare il potenziale di questi giovani è un errore strategico. Non riconoscerli significa non solo negare un diritto, ma rinunciare a una risorsa preziosa per il futuro dell’Italia.

La proposta che torna a farsi largo è quella dello ius culturae: riconoscere la cittadinanza a chi ha completato un ciclo scolastico in Italia. Una misura che rispecchierebbe la realtà di giovani cresciuti nel Paese, integrati nella società, ma ancora esclusi per ragioni burocratiche. Altra proposta è lo Ius soli temperato che prevede la cittadinanza per chi è nato in Italia da genitori regolarmente residenti.

Secondo gli esperti, una riforma della legge sulla cittadinanza non è solo un atto di giustizia, ma un investimento nel futuro. «Questi ragazzi sono già italiani nella lingua, nella cultura, nei sogni. È tempo che lo siano anche per legge», afferma il sociologo Marco Rossi.

Con l’inizio del nuovo anno scolastico, il dibattito torna a bussare alle porte delle istituzioni. Diverse associazioni, docenti e movimenti civici chiedono al Parlamento di intervenire con una riforma che riconosca il diritto di cittadinanza ai minori nati o cresciuti in Italia. La scuola, come ha ricordato il Presidente Mattarella, deve essere luogo di formazione, dialogo e inclusione. Ma senza cittadinanza, l’inclusione resta incompleta.

È tempo che la politica smetta di rimandare e inizi a guardare questi ragazzi non come ospiti, ma come cittadini in attesa di giustizia.

Gaetano Mellia

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